Un saggio di Paola Bonora
![]() |
| http://www.salviamoilpaesaggio.it/blog/ |
Introduzione
Il processo che ha portato dalla città compatta alla disseminazione insediativa e alle sue conseguenze di consumo di suolo ed erosione dei paesaggi rurali, si è avviato ormai da almeno trent’anni. Una fase in cui la città ha perso i propri connotati originari, i propri margini, si è polverizzata in campagne sempre più intensamente urbanizzate.
I confini percettivi, emozionali, comportamentali oltre che funzionali sono stati annullati e le determinazioni amministrative che li fissavano sono state travolte da stili di vita indifferenti ai limiti. Una dispersione che dal punto di vista delle relazioni umane si è tradotta in atomizzazione del vivere e dell’abitare, con effetti di desocializzazione e perdita di territorialità, quell’amalgama di beni comuni impalcati su capitale sociale, cognitivo, insediativo e paesaggistico che rappresenta il patrimonio collettivo dei sistemi locali.
Un percorso in cui le ragioni del disagio sociale che hanno indotto la fuga di popolazione dall’agglomerazione si sono sovrapposte e confuse, in un gioco vicendevole di concatenazioni, alle ragioni economiche che hanno trasformato l’urbanizzazione in un settore trainante dell’economia neoliberista – con tutte le conseguenze che a partire dagli anni finali del primo decennio del 2000 hanno trascinato il mondo occidentale nella congiuntura negativa che lo sta dilaniando.
Ma la città attuale è a sua volta figlia di una precedente crisi. E’ il prodotto della transizione postfordista, del passaggio dalla concentrazione alla dilatazione, dai sistemi urbani gerarchicamente ordinati alla diffusione reticolare, dai paradigmi areali a quelli di natura rizomatica. Un processo che si avvia nel corso degli anni ’70, amplifica a partire dagli ’80 e ha portato a quella alluvione insediativa di cui da tempo si studiano gli effetti territoriali [Bonora 2009a; Bonora e Cervellati 2009b].
Il saggio ripercorre le tappe del processo di urbanizzazione connettendolo al grande cambiamento che, con la crisi del fordismo, ha portato alla riconfigurazione, ontologica ed epistemica, degli spazi. La città è specchio della trasformazione, ne diviene il fulcro culturale e nello stesso tempo il cantiere, il campo in cui la valorizzazione trasferisce le proprie energie, in un connubio tra rendita finanziaria e rendita immobiliare dai risultati devastanti sia sotto il profilo direttamente economico – di cui la crisi attuale è testimonianza – sia sul versante del patrimonio territoriale, un bene collettivo che la speculazione ha saccheggiato.
I dati su cui il saggio, negli ultimi paragrafi, appoggia le proprie tesi sono spesso tradotti in rappresentazioni grafiche e cartografiche linkabili e documentano la fase più recente, quella culminata nell’esplosione della bolla immobiliare. Si tratta di cartografie non esornative ma essenziali al discorso.
![]() |
| "Anche le regioni di antica tradizione pianificatoria sono cadute nell’inganno immobiliare. L’Emilia-Romagna nel decennio tra 1994 e 2003 ha incrementato il territorio urbanizzato quasi del 52% e benché nel quinquennio successivo abbia ridimensionato in maniera decisa gli accrescimenti (+8,1%), presenta un’occupazione del suolo ingombrante che a partire dal 1976 ha visto quasi il raddoppio delle aree artificializzate (+92%). Un pulviscolo insediativo che il Piano territoriale regionale ipotizza di riportare a sistema, progetto seducente ma tutt’altro che agevole nel marasma urbanistico attuale. Quando la popolazione si è ormai dispersa nelle campagne e più che tutto di fronte a previsioni urbanistiche che, indifferenti alla saturazione del mercato, progettano ulteriori alluvioni immobiliari." |



0 commenti:
Posta un commento