giovedì 17 aprile 2014

Considerazioni personali sulla Resistenza italiana di Franco Bifani


Nutro molti dubbi sul fatto che sia necessario arrivare all'8 settembre del '43 per designare tale data come "la morte della patria".  Questa patria sarebbe quella instauratasi su altri Stati dell'Italia geografica, dal 1859 in avanti, come conquista armata del Regno dei Savoia, fino ad arrivare al 1918, dopo una guerra stragista, denominata da alcuni storici come Quarta guerra di Indipendenza. 

E in questa data venne inglobato, assurdamente, nel Regno italico, il Sud-Tirol,  quale vendetta infantile verso l'Austria; una provincia da millenni abitata da popolazioni germaniche, che ancora oggi ci ricordano che il Sud-Tirol ist nicht Italien.  
Ossia, il Risorgimento, come processo di unità nazionale, è solo una fola retorica, costruita a tavolino da patriottardi alla De Amicis e poi inculcata negli alunni delle scuole gentiliane, nel corso del Ventennio fascista. Nel Sud, i Savoia inviarono più di 120mila uomini a sterminare popolazioni, definite di briganti, là dove, come poi scrisse Tomasi di Lampedusa, si cambiò tutto per non cambiare nulla, anzi, per peggiorarlo notevolmente. E gli effetti si trascinano ancora oggi, con gli odii atavici tra terroni e polentoni, Partito del Sud e Leghe varie del Nord.  
I poveri neo-italiani furono inviati a morire a Custoza e a Lissa, inutilmente, poi in Somalia, poi in Libia, ed infine in Etiopia, perché un Re pusillanime si potesse fregiare del titolo di Imperatore, dopo che i nostri cari soldatini ebbero fatto a pezzi una popolazione di cristiani copti. Il figliuol prodigo di Vittorio Emanuele II, Umberto I, il Re Buono(!), fu quello che fece prendere a cannonate e a fucilate i poveracci, che scioperavano per la fame, a Milano, nel 1898, e che insignì l'infame generale Bava Beccaris di una medaglia al valor militare, per questa sua eroica impresa. 
Avanti, Savoia! In seguito, nel corso della Prima Guerra Mondiale, nel putridume delle trincee,  marcirono centinaia di migliaia di contadini, del Nord e del Sud, per volontà di un Re Sciaboletta, assurto a Re Guerriero, che proclamò questa guerra con un colpo di mano sul Parlamento. 
Poi, lo stesso Re si asservì al fascismo, approvò le leggi razziali, mandò i suoi soldati a morire sui fronti della 2^ Guerra Mondiale. 
Lo stesso fuggì vergognosamente, dopo l'8 settembre famigerato, abbandonandoli in mano ai carnefici nazisti, solo per salvare il suo scranno di sovrano; e sempre per lo stesso motivo, non si decise mai ad abdicare, se non in extremis, quando era ormai troppo tardi. 
Quindi, non mi si venga a dire che i poveri militari IMI rifiutarono di tradire il giuramento fatto ad un simile sovrano, discendente di una tale stirpe. 
Essi si rifiutarono di combattere ancora a fianco di  criminali e di carnefici genocidi, che, in Russia, ad esempio, fuggivano eroicamente, lordi di stragi su civili, lasciando a piedi italiani e romeni. 
E se qualcuno dei nostri  tentava di salire sui camion tedeschi, si trovava le mani fracassate dai calci dei fucili dei biondi soldatini. Infine, a mio parere, la Resistenza al fascismo iniziò già dal 1919, conobbe un biennio di lotta armata, tra il '43 ed il '45, e, sotto varie forme, continua  ancora oggi.
Franco Bifani

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