giovedì 15 maggio 2014

Cerimonia in ricordo dei bombardamenti subiti dalla città



Nella chiesa chiesa della Gran Madre di Dio si è celebrata la messa in ricordo del catastrofico bombardamento del 13 maggio 1944 della città già in precedenza più volte colpita. Nella messa l'omelia del Vescovo Mons. Carlo Mazza ha ricordato quell'evento che ha segnato pesantemente la nostra città. Il Duomo, fondamento della nostra storia, si è salvato ma intorno solo rovine. Dopo due anni la città ha ritrovato la pace ed ha iniziato una nuova storia, la nostra storia, e quella ferita rimane in molti. 
Alla messa è seguita una breve cerimonia all'altare della cappella che ricorda l'evento. Tra i presenti il commissario prefettizio Fernanda Canfora e il presidente provinciale dell’Associazione Nazionale Vittime Civili di Guerra, Alfredo Isetti.

L'omelia di sua ecc. il Vescovo di Fidenza è riportata integralmente più sotto.



13 maggio 2014 
70° dell’evento dei bombardamenti 
[At 11, 19-26; Sal 86; Gv 10, 22-30] 

 Ogni anno la Città si raduna in San Michele in una dolente celebrazione eucaristica per ricordare le vittime cadute sotto le macerie del bombardamento. Ogni volta rivediamo con mestizia i tanti volti e i tanti corpi di coloro che, innocenti, hanno pagato con la morte un prezzo pesantissimo alla guerra a fronte di nessun reato commesso. Il pensiero dei morti e della città distrutta ci sgomenta per le infinite sofferenze inflitte, per la desolazione delle famiglie distrutte, per le ferite al tessuto vivente della cittadinanza. 

Una distruzione contro ogni ragione  Ricordare quella immane tragedia è un dovere umano, civile e cristiano che appartiene alla nostra coscienza più profonda. E non è solo rinsaldare una memoria, come può accadere nel rivedere un film, tra i tanti che si 
producono sulle guerre. Il nostro gesto diventa soprattutto un atto di pietà, un segno di amore civile che riguarda tanti nostri concittadini, cui si è ancora legati da vincoli familiari o di amicizia. 
 Certamente siamo qui radunati non tanto per risarcire un danno, ormai irreparabile, quanto per onorare e far memoria di un troppo grande numero di cittadini che, loro malgrado, hanno consegnato la vita sotto una violenza gratuita, perpetrata dal mostro della guerra, senza alcun consenso, senza alcuna trattativa, senza alcuna gloria. 
 Al solo ripensare l’assurdità di quel male assoluto, non possiamo non essere investiti da una corrente di ribellione e di indignazione, perché quegli orrori sono stati causati da scelte effettuate da uomini contro altri uomini, contro la giustizia, contro un’intera città. Quegli orrori non rendono conto di nessuna ragione plausibile e perciò ancor più gridano vendetta al cospetto di Dio, Padre misericordioso dell’intera umanità. 
 Ricorrendo quest’anno il 70° anniversario di quell’evento di morte, di nuovo e con più forza evocativa siamo chiamati a far memoria dei nostri morti. Ma soprattutto la circostanza ci obbliga a vigilare perché non solo non accadano più questi crimini, ma perché non si creino le condizioni che favoriscano soluzioni di tale portata distruttiva. 
 Perché, occorre dirlo, le condizioni generatrici di male stanno sì nei progetti di morte dei potenti, ma si sviluppano anche nelle pieghe del nostro cuore, là dove si generano tensioni conflittuali e volontà di vendetta già latenti o in ebollizione nella società, nelle famiglie e negli individui. Per questo la nostra coscienza richiede di essere attenta all’insorgere di simili cattiverie che nascono dal cuore. 
 A ben vedere i morti sotto il bombardamento non erano degli eroi e non volevano esserlo. Sono stati invece dei testimoni di un’ingiustizia feroce, di un vero sopruso, e certamente dell’arroganza dei potenti. Questi non hanno mai amato il popolo, ma solo se stessi, la propria tracotante superbia, la propria inutile vanagloria. 
 Di qui cresce il ricordo dei nostri morti, aumenta verso di loro affetto e venerazione perché dai loro corpi straziati si leva il monito della pietà e della vigilanza per non lasciarli cadere nella dimenticanza e nell’oblio, per non vedere inutile il loro sacrificio. 

Coltivare i valori della pace e della vita  Non v’è dubbio allora che il ricordare i 70 anni di quella inutile strage risveglia la coscienza e invita a profonde riflessioni che stimolino a ripensare, anche nella nostra piccolezza, i grandi temi del destino dei popoli, del governo delle nazioni, del valore ineguagliabile della pace e della concordia, della difesa della vita.   
 Al riguardo non sarà fuori luogo pregare per la nostra Europa e per le sue istituzioni perché siano guidate da saggezza e rispondano al compito del bene comune, salvaguardando la coesistenza tra i popoli, la loro pacifica integrazione, la loro cultura e le loro tradizioni. 
 D’altra parte sappiamo che fin’ora solo il fecondo e attivo principio della partecipazione democratica, l’esercizio della pratica necessaria del dialogo e delle intese multilaterali, lo sforzo della coesistenza in un ordinamento che privilegi la soluzione pacifica dei conflitti, sono stati idonei ad aprire e promuovere, in Europa e nel mondo, veri orizzonti di un’autentica “civiltà dell’amore”. 
 Così abbiamo il dovere di trarre questa alta lezione di civiltà dai nostri concittadini. Essi hanno perso la vita per una volontà superiore, certamente non riconducibile ad una ragione di pace, e hanno posto le condizioni per un futuro di pace. 
 In realtà il bombardamento di una città inerme e non coinvolta direttamente in azioni di guerra, rivela non una volontà di pace, ma solo il disprezzo della pace, la negazione della dignità umana, dell’inviolabilità della vita, della speranza di futuro per la stessa città. Chi infatti può dirsi padrone della vita di un altro uomo tanto da privarlo del diritto alla vita? 
Chi si arroga il potere di causare danni immensi a popolazioni estranee alla logica della guerra? 
 Queste domande esprimono i valori essenziali e non negoziabili richiesti da una convivenza fondata sul diritto della pace e sulla prospettiva di pace per la quale i nostri caduti possono essere considerati come un germe, come una promessa. Alla luce di questi principi basilari diventiamo promotori di pace per il futuro delle nuove generazioni. 

“Io do loro la vita eterna e non andranno perdute” (Gv 10, 28)  Gesù nel vangelo appena proclamato si presenta come il “buon pastore” che dona la vita per le sue pecore. L’insegnamento di Gesù ci chiede un ascolto profondo perché manifesta il suo amore per noi, sacrificando se stesso. Il suo è un sacrificio libero e consapevole, consumato per il bene più grande in favore delle pecore. D’altra parte Gesù sa bene che ci sono anche coloro che non credono: questi si autoescludono dall’amore per un atto di libertà di coscienza. 
 In realtà credono quelli che ascoltano la voce del pastore e Gesù li conosce fino in fondo e loro non resistono, ma seguono. Gesù dà la vita perché conosce le sue pecore e gli sta a cuore la sorte buona delle pecore. 
Esse non sono abbandonate al caso e nessuno può toglierle dalla mano di Gesù. Si sentono rassicurate dalla sua protezione. 
 E’ Gesù che ha dato la vita: lui ha il potere di riscattare dalla morte. 
Allora possiamo vedere come i nostri concittadini oggi ricordati con affetto, sono sì perduti perché sono stati sorpresi dalla morte con inganno, ma non possono essere stati strappati da Gesù, a lui profondamente congiunti dalla vita che ha loro donato. 
 Chi è radicato in Gesù infatti non teme la morte: sa di essere al sicuro nella sua promessa di vita eterna. Perciò noi li ricordiamo ormai beati nel Regno di Dio. 

Conclusione 
 Da ultimo mi sia consentito osservare come la presenza qui di tanti cittadini sta a significare che nell’animo profondo del popolo fidentino è coltivato e custodito il valore della solidarietà umana e cristiana, è tenuta in grande considerazione la memoria di coloro cui è stata sottratta la vita in tempo di guerra, scandalosamente innocenti. 
 Per queste convinzioni, noi, i superstiti, rendiamo onore alle vittime e preghiamo perché vivano nella pace del Signore e ci siano vicini nelle nostre vicende personali e della nostra amata Città di Fidenza. 

+ Carlo, Vescovo 

1 commento:

  1. Mi è tornata alla mente quella lirica di Quasimodo, "Milano, agosto 1943".

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Ädèssa a vüätar . Adesso a voi