domenica 15 marzo 2015

Strage alle Carzole: gli ultimi giorni delle vittime


Don Franco Chiusa 1880-1963
"Alle madri, alle vedove e agli orfani dei prigionieri fatti uccidere alle Carzole che cosa dico, che cosa rispondo?"
Queste le parole l'Arciprete don Franco Chiusa alla richiesta di perorare la causa del Tenente Lombardo formulata dall'avvocato di quest'ultimo  a guerra finita.
La storia, ripresa dal libro che la comunità di Castelvetro Piacentino-San Giuliano ha dedicato a don Franco Chiusa "Un grandissimo prete, una grandissima persona, con un grandissimo amore per tutti" ci tocca da vicino, "sul vivo", riporta infatti la testimonianza di chi ha vissuto in prima persona gli ultimi giorni di alcuni, la maggior parte, dei ragazzi fucilati alle Carzole nel marzo del 1945.
La sua testimonianza getta una luce più chiara su quei tragici momenti e da un volto umano ai condannati, che le frettolose, ufficiali e parziali ricostruzioni fino ad ora ci hanno consegnato come "prigionieri prelevati dalle carceri di Piacenza" passando ad altro. 
Ma vediamo il racconto-testimonianza dell'arciprete Franco Chiusa come riportato nel libro richiamato:
"I tedeschi si erano accampati a San Giuliano nella Villa Cattadori, e nella vicino Castelvetro, come verso Villanova. All'ingresso del podere Colombarone vi erano due pioppi e su di essi nel 1954 si potevano ancora vedere i ferri di una scala che serviva da vedetta.Nelle scuole di San Giuliano c'erano i fascisti che tenevano prigionieri nelle cantine persone rastrellate in diversi paesi, perché sospettate di essere legate ai partigiani o per avere in mano strumenti di vendetta e rappresaglia. Mi hanno detto che una parte dei prigionieri provenivano da Caorso."
"Non so quanto tempo sia durata la prigione nelle cantine delle scuole.Dalle finestre i prigionieri chiedevano pane, sigarette ecc... e don Franco mandava a comperare quanto occorreva, poi il curato don Amilcare Daracchi si serviva dei bambini per buttare la roba dai finestrini della cantina delle scuole.Un giorno non si sono più né visti né sentiti i prigionieri. Si seppe poi che in risposta ad un attacco dei partigiani ai tedeschi nei pressi di Coduro di Fidenza, dove c'erano stati dei morti, i tedeschi in accordo con il Tenente Lombardo avevano prelevato questi prigionieri e li avevano fucilati tre a tre per un totale di quindici persone a Carzole di Coduro, vicino a Fidenza (due dei quindici in modo rocambolesco, fingendosi morti, si sono salvati)."
Chiesa di S. Giuliano Piacentino
Nel resoconto viene chiaramente indicato il nome del tenente Lombardo come uno dei responsabili dell'individuazione delle vittime, forse un "esecutore di ordini" in fondo alla catena di responsabilità che sempre si ritrova a monte di ogni eccidio, strage od esecuzione. Catena spesso difficile da ricostruire nei punti intermedi, se ne conosce la causa o la si suppone, se ne conosce invece l'esito cruento. Tra i due momenti abbiamo  perorazioni, affannosi tentativi per stornare il più lontano possibile le ineluttabili e drammatiche conseguenze, compromessi, accordi, tradimenti e vigliaccherie, e sfumano i contorni dei "buoni" e dei "cattivi". Pochi ma non mancano gli atti di eroismo e di coraggio Coraggio presente tuttavia in questo caso ad onore di un altro prete, Don Francesco Stringhini, parroco di Coduro dove avvenne l'eccidio. 

In quanto al tenente Lombardo ecco quanto sappiano dal nostro prezioso documento librario:
"Il Tenente Lombardo finita la guerra è stato processato. Si è saputo perché si è presentato all'Arciprete un Avvocato, qualificandosi come l'Avvocato del Tenente Lombardo e chiedendo all'Arciprete una lettera di raccomandazione per buona condotta. L'Arciprete ha risposto: "Alle madri, alle vedove, e agli orfani dei prigionieri fatti uccidere a Carzole che cosa dico, che cosa rispondo? Le offese alla mia persona le posso perdonare come quando il Tenente Lombardo è balzato in chiesa subito dopo la messa del 1 Gennaio contestando la mia predica, ma per gli altri non posso dare attestati di buona condotta."

2 commenti:

  1. Franco Bifani15 marzo 2015 17:40

    A S.Giuliano prenderà stabile dimora una sezione di SS tedesche e italiane. Tra gli italiani diverrà tristemente noto il tenente Lombardo, Obersturmfürer del Comando di Pronto Intervento, l’aguzzino di Verzé, Cerlesi e di tanti altri che saranno fucilati a Coduro nel marzo del 1945.
    Il tenente Lombardo esegue spesso personalmente sui "banditi" le punizioni corporali previste per coloro che non vogliono "confessare".Sono colpi da lasciar tramortiti: calci e scudisciate col nervo di bue che l’ufficiale chiama scherzosamente "Pippo". "Pippo" picchia sodo, specie sulle caviglie; dove arriva lascia tracce sanguinolenti.
    Una volta, al partigiano Luigi Villa del C.L.N. di Caorso, toccò una beffa di genere ben diverso. Il tenente Lombardo lo fece chiamare e gli disse: - Tu sei clericale, dunque credi in Dio, allora vieni qua... Villa fu legato a un’inferriata, a braccia spalancate, nella posizione d’un uomo crocifisso e Lombardo in persona cominciò a colpirlo sulle mani, sui piedi, sul petto, quasi a imitare la flagellazione di Cristo. La tortura peggiore però era quella inflitta per mezzo del fuoco. Sichel ricorda con raccapriccio le condizioni in cui gli apparve un uomo così torturato: aveva entrambi i fianchi e il petto completamente piagati; le braccia, le mani, il collo portavano i segni sanguinanti, tracciati dal ferro rovente; era in stato di semincoscienza, divorato dalla febbre. Dopo la tortura era stato posto a giacere sul nudo pavimento e i compagni cercavano di soccorrerlo come potevano.
    Io mi domando come un avvocato potesse difendere un criminale del genere, arrivando a chiedere ad un sacerdote una lettera di raccomandazione.

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  2. Che fine ha fatto questo lombardo? Strano non sia stato fatto fuori prima del processo...

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