mercoledì 20 aprile 2016

25 aprile: "Chi commemora chi?"


Chi commemora chi?
Da qualche tempo, si festeggia il 25 aprile, sempre più stancamente, tra l'indifferenza generale, tra bande, cortei, bandiere, labari, gagliardetti, con la scorta di un numero sparuto, di superstiti partigiani, ormai ultra 90enni, che si guardano di sottecchi, quasi sgomenti ed imbarazzati, chiedendosi dove mai si trovino. Il 25 aprile viene ormai celebrato solo come un rito, senza comprenderne, appieno e a fondo, il significato, secondo una liturgia abitudinaria, da officiare, semel in anno.
Sale su un palco qualche politico locale, che, spesso, non sa nemmeno, anche per ragioni anagrafiche, che cosa sia mai la Resistenza, e che si profonde in discorsi retorici di circostanza, vani e vuoti, tra slogans ripetitivi e roboanti. Tante orazioni sono tenute da personaggi invischiati in connivenze mafiose e in sporchi intrallazzi politici; poi, l'oratore ridiscende  tra i comuni mortali, la banda attacca “Oh, bella, ciao!”, infine, tutto termina a tarallucci e vino, fino al prossimo 25 aprile. 
E i vecchi partigiani vengono di nuovo rinchiusi in un cassetto, sotto naftalina, per essere riesumati, l'anno seguente; chi è sopravvissuto, beninteso.
Non capisco poi l'abitudine di celebrare il 25 aprile con riti religiosi, con tanto di Messe, in cui il sacerdote, dal pulpito, non sa che diamine dire, e che si accoda poi ai vari cortei, con tanto di croce in testa e seguito di chierichetti: mi pare che sia quasi unire “un s-ciopp cunt un cunfesiunàl”, come diceva mia nonna milanese, Trono ed Altare, sacro e profano, politica e religione.
Calamandrei esemplifica così lo spirito eroico e di fratellanza del movimento partigiano:
“Tra tutti i morti della Resistenza, vi erano seguaci di tutte le fedi: ognuno aveva il suo Dio, ognuno aveva il suo credo: e parlavano lingue diverse, e avevano pelle di diverso colore: eppure, nella libertà, si sentivano fratelli: e quando si trattò di difendere questi beni, ognuno fu pronto, nonostante la diversità di fede e di nazione, a sacrificarsi per il fratello”.
Qui vivono per sempre gli occhi che furono chiusi alla luce perché tutti li avessero aperti per sempre alla luce”
sottolineò Ungaretti.
Questo è ciò che dobbiamo ricordare e tramandare, aldilà delle sterili cerimonie rievocative. Non è da abolire la commemorazione del  25 aprile, ma la sua stanca ripetizione, tra rituali di circostanza.
Il 25 aprile non deve limitarsi alla reiterazione e all'ecolalia di parole come Libertà e Resistenza, senza poi trasformarle in prassi civile quotidiana. Altrimenti, la Resistenza scade nell'ironico, direi quasi irriverente, gioco di parole, di “Partigiano reggiano”, di Zucchero.
Evitiamo dunque i discorsi retorici improduttivi e le parate inutili.
Tanti caduti partigiani, se ritornassero in vita, oggi, che cosa mai non direbbero, constatando, con amarezza, che hanno sacrificato la loro vita inutilmente?
Franco Bifani

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