domenica 30 ottobre 2016

La porta dei morti del nostro Duomo

La porta dei morti

Nel nostro Duomo, sull’architrave interna del portale di sinistra – parte destra uscendo – sono scolpite due figure a testa in giù, che suonano un corno.
Il Tassi spiega che nell’arte romanica l’uomo capovolto o è un acrobata o rappresenta la caduta morale.
Per altri autori rappresenta invece una catastrofe (una guerra, una distruzione, una peste) avvenuta o attesa. E queste sono le versioni che le guide turistiche spesso comunicano.


Non è così!
Questa era la ‘porta dei morti’, perché da qui venivano fatti entrare ed uscire i defunti. Le salme che appartenevano al clero e ai consacrati entravano in chiesa dal portone centrale con i piedi in avanti, ed uscivano con la testa verso l’esterno. Il clero, infatti, deve essere sempre “coram populo”, cioè col volto rivolto verso la gente. Tutti gli altri defunti, invece, entravano da questa porta con la testa in avanti ed uscivano con i piedi verso l’esterno. Ancora oggi, nel nostro vernacolo, per dire che una persona è morta, esiste il detto ‘andèr föra cui pè a l’üss”.

Le trombe richiamano il giorno del giudizio finale. La fiaccola spenta, che tengono con l’altra mano, rimanda invece alla fine della vita terrena.
È certamente così, perché immagini simili si trovano nella porta meridionale del  Battistero di Parma, nelle figure che circondano il carro della luna (poste di fronte al carro del sole).

Battistero di Parma – Il carro della luna
Esse sono però ritratte in piedi, perché viventi. In questo caso, il corno è un richiamo alla fine della giornata, e la torcia spenta rivolta a terra un rimando al buio della notte.

Il culto dei morti nel mondo medievale
Pascal ha scritto che “gli uomini, non avendo potuto vincere la morte, per poter essere felici si sono messi d’accordo di non pensarci più”. Forse è anche per questo che oggi, invece di onorare i Santi e di commemorare i defunti, molti partecipano alla festa delle zucche - Halloween -.
Nel mondo medievale, diversamente da oggi, non si riusciva a pensare l’uomo senza contemporaneamente pensare all’Essere, a Dio, all’Altro da sé, all’Infinito, al Cielo, alle stelle (Dante finirà tutte e tre le cantiche della Divina Commedia con la parola ‘stelle’). Per gli uomini del Medioevo, così come per i cristiani di tutti i tempi, Cristo è venuto, viene e verrà. Un giorno egli tornerà: questa la promessa certa, anche se l’ora è incerta. Perché ci sono due fini inevitabili: una dei singoli e delle cose singole, e una universale (escatologica) con l’apparizione di nuovi cieli e terra nuova.
Il tempo della vita veniva interpretato nell’ottica della fine: ciò che conta davvero (il bene, il buono e il bello di ogni esistenza) diventa chiaro e visibile alla fine, mediante il giudizio dato da Colui che è giusto e misericordioso allo stesso tempo. Se la verità di ogni passo sta nel suo compimento finale, tutto cambia: il giudizio di Dio dà serietà alla vita, poiché è un richiamo alla vita come responsabilità. “Feci iudicium e justitiam” è scritto in alto sulla prima colonna di destra della navata centrale, ai lati di Cristo nella mandorla.


La morte e l’attesa del Giudizio
Le tematiche della facciata del nostro Duomo sono fondamentalmente due, ben sottolineate a livello artistico, ai lati del portale centrale al cui centro troneggia il Cristo glorioso, da una magnifica fascia di fiori-frutta-palme: l’Incarnazione del Dio uomo (l’adorazione dei Magi) e il ritorno di Cristo (sotto il segno dei profeti Elia ed Eliseo).
Non c’è Natale senza compimento finale (escatologia), né escatologia senza l’Incarnazione del Dio-uomo: sarebbe frantumare la stessa persona di Cristo e rendere incomprensibile il suo messaggio.
La morte e l’attesa del giudizio divino, come pure l’attesa della fine di tutti i tempi, erano onnipresenti nella vita dell’uomo medievale. Basti pensare che i seguaci di Gioacchino da Fiore avevano calcolato per l’anno 1260 l’arrivo di un’era di pace prima della fine del mondo: (6 x 7) 42 x 30 = 1.260. L’età media di una persona – anche perché molte erano le morti infantili – era calcolata a trent’anni!
È anche per questo che la seconda parte della preghiera dell’Ave Maria venne aggiunta proprio nel sec. XI-XII: essa termina con la frase “Prega per noi adesso e nell’ora della nostra morte”. Ci si affida alla Madre perché ci accompagni sempre, ma soprattutto ci assista e interceda per noi nel passaggio decisivo della nostra esistenza.
È anche interessante notare che all’epoca, mentre esistevano registri – detti obituari – che datavano il decesso delle persone (definito “dies natalis” – ossia “giorno della nascita alla vita eterna”), non c’erano registri che annotavano il battesimo; e così, per la maggior parte delle persone, era difficile conoscere con certezza la propria data di nascita.

La connessione tra vivi e morti
Intorno al 1170, frutto di una lunga elaborazione concettuale, si cominciò a credere al Purgatorio, un terzo luogo nella geografia dell’aldilà, prima limitata a Inferno e Paradiso. Si cominciò anche a credere che i vivi, compiendo una serie di opere buone in favore dei defunti, potessero accorciare il periodo che questi dovevano trascorre per purificarsi davanti al Signore ed entrare in Paradiso.
Secondo la dottrina cattolica, le Chiese sono tre: La Chiesa trionfante - Il Paradiso -; la Chiesa purgante – il Purgatorio –; e la Chiesa militante (“vita christiana militia est”). La Chiesa è però una, santa, cattolica, apostolica. La comunione tra queste tre chiese è così grande che i meriti dei Santi in cielo possono salvare noi, e le nostre preghiere sulla terra possono aiutare quelli del Purgatorio, e la sofferenza di quelli del Purgatorio accelera la nostra salvezza.
La chiesa della storia e la chiesa nella gloria venivano quindi considerate ben connesse tra loro. Non si pensava a una divisione tra coloro che camminavano sulla terra e chi già viveva nell’aldilà. Il martire e tutti i morti in Paradiso erano considerati padri protettori, e i vivi potevano intercedere per i defunti mediante digiuni, preghiere, Messe, opere di carità, offerte.

Il cimitero dentro e accanto alle chiese
L’essere sepolti nella chiesa-madre e, ancor di più accanto alle reliquie del martire patrono, costituiva una garanzia per l’aldilà.

Alcuni lapidi nel nostro duomo attestano la sepoltura di personaggi di rilievo, come si può vedere in quella posta nella seconda cappella a destra, o come l’altra posta all’esterno dell’abside - sotto la scena di caccia - ove è scritto in latino: “Clari Verzoli clauduntur sub petra soli” (“Gli illustri Verzoli sono sepolti nel suolo sotto questa pietra”). I Verzoli erano fabbricieri del Duomo, cioè coloro che probabilmente hanno sponsorizzato la costruzione dell’abside del Duomo.

Se potessimo scavare nelle cappelle laterali della cattedrale, soprattutto nelle prime a destra ove si trovava il battistero, e probabilmente nello stesso cortile del vescovado, troveremmo i pochi resti di tante salme.
L’essere inumato in terra sconsacrata era un dramma. Un esempio per tutti è Frate Gherardo da Borgo San Donnino; egli, esasperando le tesi di Gioacchino da Fiore, fu scomunicato perché giudicato eretico e, alla sua morte avvenuta nel 1276, fu sepolto ‘in angulo orti’.

Fausto Negri


5 commenti:

  1. Esimio Prof. Negri, lei comincia a spaventarmi. Infatti le cose che afferma, sono rivoluzionarie e, spesso, contraddicono teorie precedenti e ben consolidate. Poiché ho piena fiducia in lei, a lei mi rimetto, come si suol dire, "a l'òrba".

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  2. Prof. Negri, non equidem invideo, miror magis.

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  3. Secondo certi modi di pensare c'è chi, credente o meno in un altro mondo, preferirebbe essere sepolto in angulo orti, che vicino a certi preti o cardinali.

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    1. Io preferirei la cremazione, con dispersione delle ceneri; polvere ero, polvere ritornerò, nella polvere, non in un contenitore per caramelle, anche se della ditta Negrotti.

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    2. Cremazione o no,non possiamo prevedere dove andranno a finire i nostri atomi e non possiamo nemmeno deciderlo, potremmo capitare in un cono gelato, in un mucchio di fieno o in qualche altro essere umano e magari in tutti e tre insieme, non dipenderà da noi.

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Ädèssa a vüätar . Adesso a voi