giovedì 28 febbraio 2013

La Chiesetta dei Sette Preti e la pala d'altare della Visitazione dell'Oratorio della Visitazione di Chiusa Viarola

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Il nostro precedente post "L'Oratorio della Visitazione di Chiusa Viarola" viene ripreso nell'interessante  lavoro di uno storico di Avella "Volusio - ovvero della chiesa dei Sette Preti". Presso quella chiesa era infatti conservata una pala ispirata dall'incisione del Sadeler su disegno di Martin de Vos.


Abbattimento della torre piezometrica di ex-Cip a Fidenza

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Noafilms  (Questo video è stato girato da Noafilm per conto di Nave Corsara)

"Si è aspettato il passaggio di un treno poi tre squilli di tromba e, infine, l’esplosione: in pochissimi secondi la torre piezometrica dell’area ex Cip è caduta a terra e, dalle 13.50 circa di ieri, non c’è più. Era l’ultimo pezzo rimasto in piedi della Cip, la fabbrica della Compagnia italiana petroli, che produceva anche piombo tetraetile, rimasta attiva fino al 1973."
Annarita Cacciamani

Restauro Cappella della Cattedrale di Fidenza

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Indicata solitamente come "prima cappella di destra" vi troviamo un affresco con la Crocifissione di autore ignoto del secolo XVI. Non viene ritenuta di grande pregio, è comunque un discreto affresco, oggi danneggiato. Tutta la cappella si presenta in deplorevole stato per effetto principalmente da infiltrazioni di umidità. Vi sono parti residue di vecchie colorazioni. In miglior stato il medaglione in alto che raffigura la Madonna Assunta sempre di autore ignoto del XVI secolo.

Papa Benedetto XVI lascia Roma

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Il video propone il momento del distacco di 
Papa Benedetto XVI da Roma

"A questo punto mi pare risulti significativo ed eloquente – per meglio comprendere il suo gesto – quanto, ancora semplice teologo, invitava a “considerare noi stessi non più come il centro attorno a cui devono ruotare gli altri, ma cominciare invece a riconoscere di essere una delle tante creature di Dio che si muovono tutte insieme intorno a Lui, che è il vero centro” (in “Il senso dell’esistenza cristiana”, 1971)."
+ Carlo, Vescovo

mercoledì 27 febbraio 2013

Addio alla "Torre dell'Acqua" di Via Marconi a Fidenza

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Con l'ordinanza n. 35 del 22/02/2013 veniamo informati della demolizione della torre dell'acqua in aera ex CIP. L'intervento, scrive l'ordinanza, si è reso necessario per ragioni di sicurezza in quanto "a seguito di indagini geotecniche nonché strutturali della torre piezometrica in oggetto, emerge l’impossibilità di un suo mantenimento in condizioni di adeguata sicurezza". Un altro pezzo della vecchia Fidenza, quella del secolo scorso, ci lascia ed il profilo della città parimenti muta, perdendo uno dei suoi riferimenti.

lunedì 25 febbraio 2013

I terreni della zona precollinare (e non solo) possono essere salvati

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venerdì 22 febbraio 2013

Ripartono le demolizioni, è la volta del vecchio ospedale

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Lunedì 25 febbraio inizia la demolizione dei fabbricati del complesso dell’ex ospedale civile con la sola eccezione dei fabbricati del Collegio dell’Angelo cioè il fabbricato sul fronte di via Berenini, liberato dalle superfetazioni che si sono via aggiunte deturpandolo. L'edificio manterrà comunque il terzo piano anche questo aggiunto successivamente. Le modalità di demolizioni sono contenute in una nota sul sito web del comune di Fidenza.

giovedì 21 febbraio 2013

Neve sui Terragli di san Pietro

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La neve si aggiunge alla consueta pace di via Romagnosi. Chiuso è il portone della rossa casa "ed Fis-cén" non c'è nemmeno il rischio di dover scambiare parole, non resta che "baltare" un po' di neve per stare in esercizio, vedi filmato e foto.   

Piazza Matteotti a Fidenza: la storia nella toponomastica

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Gli albori di una piazza
L'attuale piazza Matteotti anticamente era parte del complesso del Convento dei SS. Giovanni (del Battista e dell'Apostolo) fuori del primitivo nucleo delimitato dalle mura di Borgo. Sino all'inizio dell'ottocento era separata dall'attuale Piazza Verdi da una chiesa che , versando in pessime condizioni, fu demolita. Ora tra le due piazze non c'è soluzione di continuità.

domenica 17 febbraio 2013

Gioielli d’Italia: non solo Castell'Arquato

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L'iniziativa denominata “Gioielli d’Italia” (vedi sotto) ha premiato quest'anno 21 comuni tra cui figura meritatamente il comune parmense di Sala Baganza mentre per la zona piacentina il comune premiato è quello di Castell'Arquato cui l'immagine sopra si riferisce. Il dipinto, realizzato da Ettore ponzi nel 1948, ci mostra in tutta la sua solare bellezza la la Collegiata di Santa Maria Assunta, pieve romanica, risalente al 756, ricostruita dopo il terremoto del 1117.

Il 17 febbraio 1600 a Campo dei Fiori

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Giordano Bruno vestì l'abito domenicano e fu ordinato sacerdote nel 1572. Imputato di eresia, si rifugiò a Roma. Le accuse lo spinsero a deporre l'abito e a peregrinare in Italia, in Francia e quindi in Svizzera dove a Ginevra aderì alla chiesa calvinista frequentando i corsi di teologia. 

giovedì 14 febbraio 2013

Madonna del Rosario col Bambino in gloria

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Pala d’altare databile tra la fine del ‘600 e l’inizio del ‘700

Di questo pregevole dipinto, custodito presso la sede del Distretto socio-sanitario, sappiamo soltanto che è stato ritrovato negli anni Settanta nei solai dell’ex Casa di Riposo, ove giaceva abbandonato insieme ad altre antiche tele, sicuramente riconducibili all'importante collegio gesuitico che qui ebbe sede fino all'epoca napoleonica. Probabile pala d’altare, databile tra la fine del Sei e gli inizi del Settecento, il quadro, con ancora i segni dei danni recati dal tempo e dall'incuria, ha per soggetto la Madonna del Rosario col Bambino in gloria sulle nubi con i santi Vincenzo Ferrer, Francesco di Sales e l’Angelo Custode. Si tratta di una composizione piuttosto tradizionale, ma non priva di freschezza e con alcuni spunti iconografici originali, che meritano, a mio avviso, di essere considerati attentamente.


Al gesto di Maria che consegna il rosario nelle mani del santo domenicano corrisponde infatti l’atteggiamento del piccolo Gesù che stringe una rosa tra le manine e si protende sorridendo verso il fanciullo che gli viene presentato dall'Angelo Custode: un segno inconfondibile di attenzione e di tenerezza, per ribadire il valore della preghiera dei bambini e l’importanza dell’aiuto angelico nel percorso della vita terrena. Anche la presenza di due santi, storicamente e culturalmente così diversi tra di loro e per di più non appartenenti all'ordine dei Gesuiti, è interpretabile in relazione a questo duplice richiamo alla protezione di Maria e dell’Angelo custode.
Devotissimo a Maria Vergine ma anche al suo Angelo custode era infatti san Vincenzo Ferrer, riconoscibile per il saio domenicano e gli attributi tipici del giglio, fuoco, del libro e della tromba, che ne simboleggiano la purezza e l’ infuocata eloquenza. Di questo santo taumaturgo spagnolo, un tempo assai venerato nelle chiese della nostra Diocesi, si dice che non finiva discorso senza raccomandare la devozione agli angeli. I suoi biografi riferiscono inoltre del suo miracoloso incontro per le strade di Barcellona con l’angelo protettore della città.
Anche san Francesco di Sales, vescovo di Ginevra, presentato con le insegne episcopali e gli inconfondibili tratti fisionomici ripresi dalla ritrattistica ufficiale, nutriva uno speciale affetto nei confronti degli angeli custodi. Ne danno ampia testimonianza i suoi scritti, tra cui il “Trattato dell’Amor di Dio”, più noto come “ La Filotea”, uno dei testi fondamentali della letteratura cristiana.
Resta da chiarire chi è l’autore dell’interessante dipinto, la cui attribuzione è rimasta sospesa per la mancanza di documenti e purtroppo, aggiungiamo noi, anche per l’incauta rimozione ( forse è solo coperta dal rintelo) della scritta originariamente apposta dietro la tela, scomparsa dopo il restauro, eseguito a Bologna nel 1985. Di tale scritta, probabilmente autografa o comunque coeva al dipinto, ci è stato riferito con certezza solo l’appellativo PISAURENSIS: un’indicazione, tutt'altro che trascurabile, che ci porta a propendere decisamente per Giovanni Venanzi (Pesaro 1627-1705), pittore pesarese attivo a quel tempo nell'ambito del Ducato farnesiano. Una sua opera firmata e datata, stilisticamente simile alla nostra , è, ad esempio, conservata nella vicina Soragna: si tratta dell’Estasi di santa Teresa (1677), appartenente alla chiesa di san Rocco o della Madonna del Carmine ma da alcuni anni esposta nella parrocchiale di san Giacomo. Altre tele, circa una decina, le troviamo sugli altari della chiesa, già dei Teatini, di Santa Cristina in via Repubblica a Parma e altre ancora in varie chiese di Parma, Piacenza e Colorno. Nel 1678 il pittore marchigiano, ritenuto allievo del ben più famoso Simone Cantarini, ottenne la patente di pittore di corte da Ranuccio II. Alcuni dipinti, di recente apparsi sul mercato antiquario, hanno ampliato notevolmente l’interesse per questo artista e svelato aspetti inediti. Ma la sua prolifica produzione attende ancora di essere meticolosamente studiata.

Prof. Guglielmo Ponzi
Pubblicato dal settimanale della Diocesi di Fidenza "il Risveglio" il 15 febbraio 2013


mercoledì 13 febbraio 2013

Natività nella chiesa-santuario della Gran Madre di Dio

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Attribuzione invece più certa per questa seconda inedita tela (purtroppo malamente restaurata negli anni '70) esposta nell'abside della chiesa-santuario della Gran Madre di Dio. Si tratta infatti di uno dei pochi dipinti rimasti dopo l'allontanamento dei Padri Gesuiti e la conseguente dispersione degli arredi originari. 
Ne è autore frate l Giuseppe Barbieri (1642-1733), il cui stile scorrevole e minuzioso emerge chiaramente dal confronto con le figure da lui affrescate, a partire dal 1704, nelle volte del contiguo palazzo, già sede del prestigioso Collegio di Borgo San Donnino.
La Natività è sviluppata in modo tradizionale, proprio come nella celebre Notte del Correggio, dove l'unica fonte di luce è data dal piccolo bambino deposto nella greppia. Come possiamo vedere, lo splendore irradiante dal suo tenero corpicino illumina prima di tutto i dolci lineamenti della Vergine Madre, che lo contempla con tanto amore. La stessa luce divina si riverbera poi su san Giuseppe, non più pensoso ma estasiato in contemplazione del figlio di Dio. E infine sui pastori ammirati e sugli stessi angeli adoranti.

E' dunque Gesù la vera luce che sola può rischiarare e redimere il mondo: una luce divina, che come sembra suggerirci l'ispirato fratel Giuseppe, sulla scorta delle parole del principe degli apostoli, "risplende in un luogo oscuro finché non spunti il giorno e la stella del mattino si levi nei vostri cuori" (2 Pt 1,19).
Nel dare forma a questa armoniosa intimità, il pittore-gesuita ha tuttavia inserito uno strano personaggio che, per la fissità dell'atteggiamento, si distingue nettamente dal gruppo dei pastori: ad esso sembra rivolgersi, in particolare, lo sguardo dell'angelo, che al centro della composizione, addita raggiante di gioia il Bambino.

Velata dall'ombra, ma ben caratterizzata dalla lunga barba, dal turbante o copricapo conico e dall'abito orientale, l'austera figura potrebbe evocare l'antico Israele: tipica immagine allegorica collegabile alla simbologia della colonna spezzata, collocata sulla destra, che allude invece alla fine del paganesimo, secondo la leggenda narrata da Jacopo da Varazze.

Da notare poi lo slancio prospettico della scenografica inquadratura della capanna, che attraverso un'ampia breccia aperta sul fondo, lascia intravedere il profilo delle colline, con le alture che si delineano contro il cielo rosato: è il momento dell'aurora, che segna l'avvento della nuova era sulla quale risplenderà il sole di giustizia annunciato dagli oracoli degli antichi profeti.

Il loro messaggio è ripreso dalle gioiose invocazioni e dai cantici di lode dell'Ufficio liturgico che precede la solenne celebrazione della seconda messa di Natale, detta appunto Messa dell'Aurora. "Gloria in excelsis Deo": un solo angioletto all'altezza dell'architrave regge diligentemente il cartiglio con le parole dell'inno angelico. Possiamo così immaginare gli altri suoi compagni ancora impegnati a guidare gli ultimi pastori che stanno per convergere davanti alla capanna, dove li attende il sorriso di Dio.

Il dipinto era originariamente collocato in una cappella laterale dedicata a san Giuseppe, insieme ad altre due piccole tele rappresentanti la Fuga in Egitto e la Sacra Famiglia. Che si tratti di una raffigurazione teologica e non di un presepio domestico, lo prova anche l'eliminazione dalla scena sacra del bue e dell'asinello, e l'ambientazione dell'evento in una grotta-capanna, caratterizzata dall'impianto triangolare del tetto con le capriate che appoggiano direttamente sulle pareti di roccia. In questa ibrida soluzione architettonica sembrano saldarsi le due diverse tradizioni iconografiche derivanti, rispettivamente, dai vangeli sinottici (la capanna o tettoia) o dagli apocrifi (la grotta).

Questo omaggio settecentesco al Natale del Signore è, come abbiamo accennato all'inizio, opera di un artista appartenente alla gloriosa Compagnia di Gesù: Josephus Barberius, Termignonensis, Sabaudus, nato nella Savoia il 5 settembre 1646, come documentano le ricerche archivistiche condotte da don Amos Aimi. 
Ammesso all'Ordine dei Gesuiti nel 1671, fratel Giuseppe fu collaboratore del grande pittore prospettico Andrea Pozzo, cui si deve la celeberrima Gloria di Sant'Ignazio dipinta sulla volta dell'omonima chiesa romana. 
Tra le opere più importanti realizzate dal Barbieri vanno senz'altro segnalati gli affreschi della chiesa di san Bartolomeo dei Gesuiti di Reggio Emilia, eseguiti tra il 1689-1690, molto probabilmente su disegno dello stesso Andrea Pozzo, come risulta dagli approfonditi studi di Francesco Barocelli.

Quanto alla presenza del Barbieri nella città di San Donnino, ricordiamo in particolare tra le notevoli pitture che adornano le sale dell' ex Collegio di via Berenini, l'Ascensione di Cristo (1705), l'Esaltazione della Croce, l'Assunzione della Vergine e la prospettiva (1715-1716) con la glorificazione dell'emblema dell'Ordine gesuitico dipinta sulla volta dello scalone nobile. 
Altre opere riguardano gli episodi della vita di Sant'Ignazio, di San Luigi Gonzaga e San Francesco Saverio.
Altre opere riguardano gli episodi della vita di Sant'Ignazio, di San Luigi Gonzaga e San Francesco Saverio. Si tratta di piccole opere tuttora inedite e custodite presso i locali della parrocchia. Sono invece tradizionalmente ascritte ad Antonio Formaiaroli le bellissime pitture delle cantorie della Gran Madre di Dio che, secondo alcuni studiosi, potrebbero invece appartenere alla mano dello stesso Barbieri.

Guglielmo Ponzi 
(Pubblicato dal settimanale diocesano il Risveglio, 18 dicembre 2009)

Un riconoscimento al poeta fidentino Fausto Maria Pico

2 commenti:

Il poeta fidentino Fausto Maria Pico ottiene il primo premio speciale per la poesia nell'ambito della rassegna d'arte e letteratura "Colori del lago di Bolsena" per il volume "Su immota terra". 

martedì 12 febbraio 2013

“Condizione giovanile nel territorio di Fidenza”

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Il nostro Consigliere provinciale Amedeo Tosi, particolarmente attento alle problematiche giovanili del territorio, ha presentato al consiglio Provinciale della provincia di Parma un Ordine del Giorno avente per oggetto la “Condizione giovanile nel territorio di Fidenza”. Anzitutto Amedeo Tosi ricorda che "la Diocesi di Fidenza, per volontà del Vescovo mons. Carlo Mazza, ha promosso una ricerca sulla condizione giovanile nel territorio di Fidenza, attraverso il coordinamento di Progetto Link e la responsabilità scientifica dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Piacenza, con la collaborazione dell’Assemblea Legislativa dell’Emilia Romagna, della Provincia di Parma, della Provincia di Piacenza, del Distretto Sociosanitario di Fidenza, della Fondazione Cariparma e di altri soggetti privati". Come abbiamo già avuto modo di dire l’indagine è stata avviata nel novembre del 2011 e terminata nell'estate del 2012, coinvolgendo alcune scuole del territorio di Fidenza, Salsomaggiore Terme e Busseto. 
Gli ambiti indagati sono stati: tempo libero e partecipazione, rapporti con la famiglia ed i coetanei, esperienza scolastica, comportamenti a rischio, valori e atteggiamenti verso la vita e fede e pratica religiosa. 

venerdì 8 febbraio 2013

Ne valeva la pena? La pianura violata.

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Le tre  foto sono dell'amico Paolo Panni,   scattate dall'altura del santuario di Montemanulo al tramonto,  mostrano la pianura a nord di Fidenza, sullo sfondo si intravedono, velate dai vapori della piana, le Alpi. Nel paesaggio delle prime due (sopra) si possono cogliere i segni della crescente urbanizzazione diffusa della pianura agricola. Ci colpisce tuttavia nella sua interezza lo sfregio di bianco cemento che altera in modo indelebile l'altrimenti composta uniforme veduta. Si tratta della enorme struttura della "Città del Freddo".

martedì 5 febbraio 2013

Ha conosciuto l'inferno di Tito

3 commenti:

La nota che segue è un articolo pubblicato il 15 marzo 1952 sul settimanale diocesano "Il Risveglio". Narra una vicenda che ha trovato il suo epilogo il suo giorno 14 del mese di febbraio 1952, qui, a due passi da noi, ma che è iniziata nei tragici anni di guerra nei pressi di Gorizia a Ranziano oggi in territorio sloveno col nome di Renče.

E' la storia di una bambina e della sua famiglia che, come dice il titolo dell'articolo, ha subito la violenza della guerra. La tragica morte della madre rimanda immediatamente alla epurazione violenta attuata dalle forze partigiane di Tito nei riguardi delle popolazioni istriane e dalmate di origine italiana. 
Per queste vicende è stata fissata la ricorrenza del "Giorno del Ricordo" che si celebra il 10 febbraio.

Questa ricorrenza noi la vogliamo celebrare riproponendo questo testimone fragile.

lunedì 4 febbraio 2013

San Francesco nell'abside del Duomo di Fidenza

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Sabato 15 dicembre 2012 al Ridotto del Teatro Magnani, si è infatti tenuta l'attesa conferenza “Romanico e Gotico del Duomo di Fidenza”,  inserita nel cartellone degli eventi culturali di dicembre.
La terza relazione è stata quella di Hisashi Yakou, docente di arte europea all’Università di Sapporo, che ha illustrato “La presenza di San Francesco nel Duomo di Fidenza”. Chi pensava di ascoltare una riedizione delle storie o leggende del passaggio di San Francesco a Borgo San Donnino e delle sue gesta in loco nei passati tempi, si è presto dovuto ricredere. San Francesco “é” oggi a Fidenza, anzi “al pari un apostolo” trova spazio nel Giudizio Finale dipinto nel bel catino dell’abside, in alto, sulla destra. E da qui si snoda il discorso di Hisashi, che tocca l’essenza anche teologica della costruzione del nostro Duomo. Lo studioso ci parla anche di un altro fidentino, un certo Fra Gherardo o Gerardo, che scrisse l’ “Introduzione al Vangelo eterno” nel 1254 e l’anno dopo venne subito condannato dalla commissione pontificia per il sospetto di eresia ma che probabilmente lasciò traccia delle sue idee anche nel nostro Duomo. Di questo studio pubblichiamo la trascrizione dell'intervento di Hisashi Yakou.



Una tela di Antonio Campi a Busseto

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Nell'ex convento dei Minori di Busseto (oggi dei Missionari Identes) si possono ammirare splendide tele. Tra queste una delle più belle attribuite ad Antonio Campi (Cremona 1524-1587). Il prezioso dipinto, collocato nell'oratorio interno al convento, proviene dall'altare della cappella del ss. Sacramento della contigua chiesa te di Santa Maria degli Angeli, ove è rimasto fino agli inizi di del secolo scorso.
Viene ricordato dalle fonti come opera di Vincenzo Campi e in tempi recenti (1964) da Teodosio Lombardi che lo descrive in questi termini: "Raffigura la Vergine Santissima in atto di presentare s. Francesco d'Assisi al bacio del piede di Gesù Bambino, dal quale è dolcemente accarezzato. Vi si  osservano pure le figure di S. Giovani Battista e del compagno di s. Francesco, frate Leone". Gli studi successivi hanno risolto la questione dell'attribuzione assegnando il quadro definitivamente ad Antonio Campi, ma dobbiamo rilevare che il soggetto del dipinto risulta alla fine seriamente sovvertito e ciò non è privo di conseguenze. In occasione dell'importante mostra sulla pittura del Cinquecento in Lombardia, allestita nel 2001 nelle sale di Palazzo Reale a Milano, la tela viene infatti presentata nella scheda di catalogo come "La Madonna col Bambino e santi Giuseppe, Giovannino, Antonio da Padova e un altro santo francescano". A rendere omaggio alla Vergine non sarebbe dunque il serafico Francesco, come finora si è sempre ritenuto, ma il popolare santo di Padova, mentre resta indefinita l'identità del secondo frate. 


Questa singolare interpretazione iconografica, che contraddice tutta la letteratura precedente, risale agli interventi di G. Godi e G. Cirillo che, in uno studio pubblicato nel 1975 (su "Biblioteca Settanta" e in parte ripreso in "Antonio e Vincenzo Campi, pittori bussetani", Po, 1995, n. 4), affermano di aver identificato s.Antonio da Padova nel frate prostrato ai piedi di Maria. I due studiosi adducono come prova dell'avvenuto riconoscimento il giglio riapparso sul gradino del trono della Vergine in seguito a un radicale restauro effettuato in quegli stessi anni. Si può subito obiettare che il giglio, classico emblema di purezza e castità, è un simbolo diffuso, comune a molti altri santi, tra cui lo stesso Francesco. Pertanto la sua presenza sulla scena pittorica non può prescindere da altri riscontri iconografici: non ultime le caratteristiche fisionomiche dei personaggi: come ad esempio, nel nostro caso, la folta barba che si arriccia sul mento del giovane frate adorante. Presente nelle raffigurazioni di s. Francesco d'Assisi fin dai primi "ritratti" conosciuti, la barba incolta è invece in netto contrasto con l'immagine convenzionale di s. Antonio, glabro secondo la tradizione e la pietà popolare, che lo rappresentano come un giovane religioso vestito del l saio francescano con il giglio in mano e il libro della Sapienza. A questi specifici attributi antoniani si aggiungerà, ma a partire dal Seicento, la visione del Bambino.
Diventa veramente difficile a questo punto sostenere l'ipotesi di un s. Antonio da Padova con la barba: immagine che, come si è detto, non ha precedenti significativi nell'arte e nell'iconografia tradizionale, nella tela di Antonio Campi, databile verso il 1580, la Vergine appare in trono con alle spalle san Giuseppe dormiente. Seduto sulle sue ginocchia il Bambin Gesù viene offerto all'adorazione del santo frate, in un atteggiamento che ripropone uno dei motivi cari alla mistica francescana e di cui non mancano esempi nel periodo post tridentino, particolarmente in ambito emiliano. Si pensi alla famosa Madonna dei Bargellini (1588), ma soprattutto alla non meno nota "Carraccina" (1591) di Ludovico Carracci: opere che confermano la crescente fortuna di un tema devozionale, volto a esprimere l'attaccamento di Francesco all'umanità del Cristo e la sua intimità con Dio. A questi modelli si ispirerà più tardi anche il nostro Tagliasacchi con la pala giovanile nella Chiesa dei Cappuccini di Fidenza.
Tornando al quadro di Busseto, è curioso notare come il pittore abbia accortamente evitato di evidenziare i fori delle stimmate, segno distintivo di s. Francesco. Proiettato in avanti, con il dorso della mano sinistra parzialmente coperto, il santo sembra quasi voler "nascondere" le ferite prodotte dai raggi divini del misterioso serafico. Ma non è da escludere la volontà di "storicizzare" l'apparizione di Maria con il Bambino prima dell'episodio della Verna.
Anche per quanto riguarda l'identità del frate assistente, la cui figura è delineata di scorcio sul lato sinistro della composizione, non si può non concordare con padre Lombardi. Lo studioso francescano, forse sulla scorta di dati tradizionali, ritiene che il religioso assorto in preghiera possa essere individuato nel fedelissimo compagno di Francesco, solitamente relegato ai margini, come testimone privilegiato delle estasi del santo. Vale a dire lo stesso atteggiamento del frate che si affaccia con discrezione sulla sinistra della scena dipinta da Antonio Campi. Similmente, nella segnalata pala di Cento, frate Leone è rappresentato con le mani giunte e lo sguardo rapito, mentre guarda s. Francesco impegnato nell'affettuoso omaggio a Gesù Bambino:
siamo in piena sintonia con il gusto dell'epoca e le tendenze dell'arte religiosa post-tridentina.
Qualche considerazione infine sulla presenza del piccolo Giovanni Battista che nel quadro di Busseto sembra andare incontro a frate Leone. Si direbbe che il precursore di Cristo mostri una particolare simpatia per l'umilissimo frate, chiamato per la docilità del suo carattere "agnello" o "pecorella di Dio" (se si osserva attentamente il gioco delle ombre associandolo allo sguardo di Giovannino, il suo atteggiamento potrebbe essere rivolto al sole nascente, nota immagine profetica di Cristo).
Non va dimenticato tuttavia che Giovanni è anche santo eponimo di colui che viene indicato come ideale destinatario del prezioso dipinto, probabilmente commissionato da Camillo, Giulio e Lucrezia Palla vicino in memoria del padre Giovan Battista (G. Godi G. Cirillo, cit.). La sua presenza insieme a s. Francesco e a frate Leone potrebbe rappresentare un'ulteriore traccia per ricostruire la vicenda storica di questa eccezionale iconografia francescana, travisata forse da una lettura un po' superficiale.
Va detto però che i Missionari Identes hanno già rimediato all'equivoco riproponendo nelle didascalie la vera identità dei personaggi raffigurati.


Guglielmo Ponzi            (Dal settimanale diocesano  il Risveglio 12 febbraio 2010)

domenica 3 febbraio 2013

Non tira bell'aria per il Palazzo Bellaria (area ex-esso)

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2 febbraio 2013 - Il palazzo degli orrori che incombe su Via Gramizzi e via IV Novembre verrà abbattuto? Frutto di menti contorte convinte che la speculazione paghi sempre e che spingerla al massimo paghi ancora di più forse è arrivato a fine corsa. Il palazzo non ha futuro, non ha nulla di appetibile, nella migliore delle ipotesi va ridimensionato. L'abbiamo detto all'inizio guardando il progetto, l'abbiamo ripetuto, lo diciamo ora e finalmente non siamo soli. I perduranti disagi al traffico ma principalmente problemi di sicurezza lo impongono.
Il sindaco nel corso dell'ultimo incontro mensile con i cittadini ha assicurato l'interesse dell'amministrazione a risolvere il problema che tuttavia investe un'impresa privata di costruzione che in liquidazione. E' già previsto un incontro col commissario liquidatore per la verifica delle condizioni di sicurezza compresa l'eventuale rimozione o  fissaggio della gru.

sabato 2 febbraio 2013

Il Mulino Chierici

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Appena usciti dal centro, dopo il tunnel sotto alla ferrovia, girando a sinistra troviamo Via Croce Rossa una volta strada cittadina ora trasferita oltre la ferrovia. Proseguendo sino alle officine Costa svoltiamo a destra ed arriviamo al vecchio mulino Chierici, uno degli otto mulini alimentati dal corso del Canale Otto Mulini ora parzialmente interrato. 
Si tratta di un corpo principale e di due costruzioni ora immerse nel verde spontaneo. L'aspetto generale è di estremo degrado e le costruzioni sono a rischio di crollo. Il canale in questo tratto è interrato e sede del collettore fognario che ha distrutto oltre al simulacro del canale la parte più tipica del mulino dove la ruota, spinta dalla corrente de canale, forniva l'energia necessaria alle mole che probabilmente sono ancora all'interno del corpo principale.

venerdì 1 febbraio 2013

L'ingresso all'ex Collegio dei Gesuiti

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Le strutture metalliche provvisorie, poste oltre dieci anni fa, sembrano ormai condividere il degrado dell'importante palazzo storico fidentino. Questo accade malgrado siano state spese centinaia di migliaia di euro in convegni e progetti più o meno "francigeni". 


Due fidentini nella bufera: storie di prigionia

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Bruno Ramenzoni in un ritratto eseguito da Ettore Ponzi 
Wietzendorf  nel 1945 presumibilmente nel periodo successivo
alla liberazione del campo. 
Erano presenti gli ultranovantenni fidentini Bruno Ramenzoni e Arnaldo Vascelli alla cerimonia di conferimento delle medaglie d'Onore tenutasi a Parma martedì 29 gennaio. In due articoli, il primo del nostro settimanale diocesano "il Risveglio" il secondo della "Gazzetta di Parma" il resoconto dell'evento.


Per lo spirito di sacrificio mostrato durante la terribile esperienza del lager