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martedì 31 marzo 2026

Dal calendario di Mirella: 31 marzo, muore a Borgo San Guido di Pomposa

L'Abbazia di Pomposa, Delta del Po, Ferrara


Dal mio calendario: 31 marzo 1046 muore a Borgo San Guido di Pomposa. 980 anni fa, oggi. 
Nel Martirologio Romano, p. 292, è ricordato il 31 marzo:
«A Borgo San Donnino presso Parma, san Guido, abate del monastero di Pomposa, che, dopo aver radunato molti discepoli e ricostruiti edifici sacri, si dedicò con fervore alla preghiera, alla contemplazione e al culto divino e nell’eremo volle avere la mente rivola solo a Dio.»
È venerato come santo dalla Chiesa cattolica. Protettore di musicisti, compositori, monaci, conservatori di libri e manoscritti e addetti al patrimonio culturale.
Su internet ci sono notizie sulla sua vita, a volte discordanti, scritte da Antonio Borrelli, Vera De Dominicis, e da altri, cui esprimo gratitudine, e sull’abbazia di Pomposa, che riporto.

San Guido di Pomposa,
affresco nel refettorio dell'Abbazia di Pomposa

San Guido di Pomposa

La vita.
Guido nacque da famiglia agiata, detta degli “Strambiati”, imparentata con la famiglia imperiale dei Salici, tra il 965 ed il 970, a Casamari, nei pressi di Ravenna. Compì studi di Diritto, Architettura e Musica. 
Da giovane si dedicò alle arti liberali, senza alcuna intenzione di entrare nella Chiesa, ma anziché sposarsi, come desiderava per lui la famiglia, cambiò idea e, il giorno della festa di Sant’Apollinare, decise di donare i suoi abiti ai poveri e ricoprirsi di un saio. Così vestito fece un pellegrinaggio a Roma, dove ricevette l’ordine sacerdotale e la tonsura e si trattenne nel Clero locale; si portò poi in Terra Santa. (Secondo V. D. D., non realizzò questo suo desiderio).
Una volta tornato a Ravenna si ritirò a vita eremitica sotto la guida dell’eremita Martino, abate di Pomposa, di cui fu successore nel 998. (Secondo V. D. D., Nel 1001 Guido divenne abate (o priore) del monastero di San Severo a Classe; successe a Martino quando morì, probabilmente nel 1008).
Sotto la sua conduzione, il monastero conobbe un periodo di notevole sviluppo e divenne uno dei più importanti del nord Italia, sia nelle grandi opere di rifacimento della struttura, di ampliamento della chiesa e di costruzione di nuovi edifici, sia per l’influenza culturale e spirituale, sia per il gran numero di nuove vocazioni. Durante il periodo di permanenza presso la comunità di San Pier Damiani, chiamato ad istruirli, i monaci erano di numero superiore a cento.
Collaborò con l’arcivescovo Gebeardo da Eichstätt alla Riforma della vita monastica, della quale San Guido fu il principale ispiratore e artefice e favorì l’innovazione pure nel campo musicale-liturgico. Intorno all’anno 1000, infatti, il monaco Guido d’Arezzo visse nell’Abbazia, gioiello romanico nel Delta del Po (Ferrara), e perfezionò il sistema di notazione musicale, dando il nome alle sette note (Ut-Re-Mi-Fa-Sol-La-Si) nel pentagramma.

Guido diede vita a una disciplina monastica “originale”, definita Ordo Pomposianus, riuscendo a conciliare la vita cenobitica (comunità di monaci) con quella eremitica (vita solitaria).
Promuovendo l’osservanza fedele della Regola di San Benedetto ed elevandola ad una profonda spiritualità con un grande amore per la perfezione, provocò la ribellione di alcuni monaci che convinsero il Vescovo a deporlo. Guido accettò l’umiliazione combattendo con le armi del digiuno e della preghiera. Quando il presule giunse al monastero per la destituzione, vista la sua umiltà e la sua fede, ne confermò la guida (V. D. D.).

Pomposa divenne il Monasterium in Italia primum: l’alta spiritualità raggiunta dal cenobio ed il forte carisma esercitato dall’Abate Guido, attirarono sul monastero l’ammirazione di imperatori, vescovi e signori, tra i quali si ricorda Bonifacio Marchese di Toscana, padre di Matilde di Canossa, che in San Guido ebbe il suo confessore. 
Nelle immagini sacre, San Guido è rappresentato con il classico vestito dei frati e con il bastone pastorale, simbolo della sua carica ecclesiastica e di guida spirituale.

La morte.
Enrico III al rientro dal suo viaggio a Roma, dopo aver risolto una delicatissima questione (tre papi si contendevano il soglio pontificio), aver ridato unità alla Chiesa ed essere stato incoronato imperatore di Germania, invitò Guido, per la fama, e la stima che aveva di lui, alla dieta di Pavia, dove aveva convocato un Sinodo di vescovi e abati. 
Guido si mise in viaggio, a piedi o su di un mulo, dicendo addio alla comunità e profetizzando che non sarebbe più tornato. Dovette fermarsi a Borgo, infatti, dove fu colto da febbre violenta, e morì presso la chiesa di San Donnino, legando la sua figura alla nostra Città.
I due monaci che lo avevano accompagnato si stavano preparando a riportare la salma a Pomposa, ma giunti a Parma, al verificarsi di alcuni miracoli, si fermarono fino all’intervento di Enrico III, il quale informato dell’accaduto, la volle con sé, e decise di trasferirla in San Zeno a Verona, sosta temporanea, funzionale a organizzare il successivo trasporto nella città di Spira (Speyer), in Germania.

Il 4 maggio del 1047, giorno di Pentecoste, il corpo di San Guido fu deposto in un sarcofago di marmo sul quale fu scolpita la frase HID REQUIESCAT CORPUS S. GUIDONIS ABBATIS e trasferito nella chiesa di San Giovanni, Patrono della città di Spira e divenuta Chiesa di San Guido. 
Nel 1689, con la distruzione della città e anche della chiesa, le spoglie furono portate provvisoriamente in un luogo sicuro, all’interno del Duomo cittadino. 
Nel 1750 la Chiesa di San Giovanni venne ricostruita e le reliquie riportate e collocate sull’altare maggiore, ma nel 1794, con l’ingresso dei soldati francesi giunti con la Rivoluzione, la chiesa fu saccheggiata, e i resti del Santo dispersi “… tra l’avena ammucchiata sul pavimento…”. Grazie all’intervento notturno delle pietose e intrepide suore del vicino Convento di Santa Maria Maddalena, fu possibile recuperare parte dei resti che le religiose misero in salvo nella loro chiesa.
Nel 1930, parte delle reliquie recuperate (le due tibie), furono riportate nella chiesa di San Guido, diventata nel frattempo parte del Collegio Missionario dei Padri Spiritani. Verso la fine del Novecento, a causa di una profonda crisi vocazionale, i Padri Spiritani dovettero abbandonare la loro missione, la chiesa di San Guido venne sconsacrata e le reliquie, in attesa di una nuova definitiva collocazione furono portate provvisoriamente nella cappella privata del Vescovo.

La richiesta delle spoglie.
Nel 1997, un gruppo di parroci tedeschi di Spira in visita a Pomposa fu informato da una guida turistica della richiesta, mai esaudita, riguardante la restituzione delle spoglie di San Guido alla sua cara Abbazia. 
Il gruppo era guidato da Don Giuliano Gandini, sacerdote veronese, parroco della comunità italiana a Spira: i sacerdoti, ritornati nella città tedesca, informarono immediatamente del fatto il Vescovo della città, Dr. Anton Schlembach, il quale, avvertendo un antico e profondo legame con Pomposa, accolse entusiasticamente la richiesta.
Così il 19 novembre del 2000, la reliquia di San Guido, portata solennemente dal Vescovo Schlembach, dai parroci e da un numeroso gruppo di pellegrini spirensi, fece ingresso nell’Abbazzia di Pomposa dove ad accoglierli, nella chiesa gremita di fedeli, erano presenti l’allora Vescovo di Ferrara-Comacchio e Abate di Pomposa, Mons. Carlo Caffarra e il Vescovo emerito di Ravenna Mons. Luigi Amaducci. Oggi una tibia si trova nella cappella di Santa Caterina nel Duomo di Spira e l’altra nella navata sinistra dell’Abbazia di Pomposa.

Reliquia di San Guido di Pomposa, omero

La reliquia.
La reliquia di San Guido è contenuta in uno scrigno realizzato dall’orafo di Würzburg, Michael Amberg e dalla moglie Fides. Posata su seta indiana blu, lavorata con fili e ricami d’oro, ornata con dodici grosse stelle a fiore, perle d’acqua dolce e di mare, sfere d’oro indiane con piastrine dorate e punzonate, incorniciata come nel giardino celeste. 
La stessa reliquia è ornata di piccoli fiori celesti e avvolta con una benda di pergamena con testo a inchiostro colorato. Il lato superiore e le parti laterali del reliquiario racchiudono con ghirlande di frutti, le chiese dedicate a Maria: la Cattedrale di Spira e l’Abbazia di Pomposa.
Il testo inciso recita: EX OSSIBUS SANCTI GUIDONIS ABBATIS A. D. 2000 DONUM DIOCESIS SPIRENSIS (Osso di tibia dello scheletro del Santo Abate Guido, Anno del Signore 2000, dono della Diocesi di Spira). (Secondo V. D. D., anche nel 1755 i monaci pomposiani di San Benedetto di Ferrara ottennero alcune reliquie del Santo). 
È ricordato il suo miracolo di mutare l’acqua in vino sotto gli occhi del Vescovo di Ravenna

Pomposa.
Originariamente, il monastero era situato su un’isola (“Insula Pomposia”) circondata dai fiumi Po di Goro e Po di Volano, prima che i mutamenti idrogeologici la unissero alla terraferma. La Sala del Capitolo e il refettorio ospitano dipinti del Trecento di ispirazione giottesca, tra cui uno dei più estesi cicli di affreschi benedettini della zona e un pavimento a mosaico.
Il maestoso campanile del 1063, alto 48 metri (costruito dal Magister Deudedit) è un capolavoro di architettura romanica che, grazie alla sua altezza e posizione strategica, serviva da punto di riferimento luminoso, una sorta di faro per i navigatori, i viandanti e i pellegrini dell’epoca. Sulla facciata e sul campanile, sono inseriti come elementi decorativi e simbolici dei bacini ceramici colorati (scodelle) di origine egizio-copta o bizantina. 
Si narra che Dante Alighieri, durante il suo esilio, visitò l’abbazia nel corso del suo ultimo viaggio verso Ravenna, e, secondo la leggenda, avrebbe lasciato alcuni canti del Paradiso.
L’abbazia è stata un grande punto di riferimento culturale medievale, grazie allo scriptorium e alla biblioteca, prima di subire un lento declino dovuto all’impaludamento del territorio.

È bello trovare intrecci nella storia: San Guido di Pomposa che viene a morire a Borgo San Donnino, l’attuale Fidenza; una sua reliquia, dalla Germania, dopo secoli, viene portata a Pomposa. 
Ad accoglierla il Vescovo e Abate dell’Abbazia Mons. Carlo Caffarra, di Samboseto di Busseto in provincia di Parma, Diocesi di Fidenza. Potremmo dire quasi nostro concittadino che ha studiato nel Seminario vescovile fidentino, che visse a Fidenza con le sorelle e che fu vicario parrocchiale del Duomo. Fu nominato Cardinale da Papa Benedetto XVI.
Si potrebbe chiedere anche per noi una piccola reliquia del Santo. Farebbe compagnia a San Donnino e a San Gislamerio. 
Se il Buon Dio ha voluto che finisse i suoi giorni qui, un motivo ci sarà…
Almeno una targa per ricordarlo.

Fidenza 31 marzo 2026                                 Mirella Capretti

1 commento:

  1. Incredibili e preziosi gli apporti che Mirella ci offre. Unica. Grazie ad Ambrogio per questo Blog che raccoglie tutta la nostra storia. Quando un premio ad entrambi?

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