Una promessa che, purtroppo, resta ancora largamente disattesa.
La storia repubblicana trascina con sé una contraddizione antica: le donne si sono sempre prese cura del Paese, ma il Paese si è preso una cura limitata delle donne.
I diritti conquistati negli anni '70 non sono mai stati accompagnati da servizi strutturali e da una reale redistribuzione del carico di cura.
Il 2 giugno 1946 le donne votarono per la prima volta in massa, superando ironie e paternalismi.
Ventuno di loro entrarono nell'Assemblea Costituente e firmarono l'Articolo 3, il cuore della nostra democrazia.
Da allora le donne hanno fatto passi straordinari, investendo su lavoro, cultura e bene comune. Tuttavia, il loro avanzamento non è mai diventato una priorità strategica.
I numeri:
* 53,8%: il tasso di occupazione femminile, il più basso d'Europa.
* 1 su 5: le donne che lasciano il lavoro dopo la maternità.
* 68,8%: il lavoro familiare non retribuito che grava sulle madri lavoratrici.
* 15%: i bambini che accedono al nido pubblico, nonostante una legge del 1971.
Le leggi ci sarebbero — dalla 328 del 2000 sull'assistenza ai fondi per i centri antiviolenza — ma sono rimaste in gran parte sulla carta.
Lo Stato non interviene, e le donne colmano queste mancanze gratuitamente, a prezzo di fatiche invisibili e rinunce.
Nessuna vera strategia ha mai liberato l'energia civile e professionale delle donne.
Mettere la parità di genere al centro della politica non significa fare un favore alle donne, ma investire sul futuro dell'Italia e sulla qualità della sua democrazia.
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