Nella cattedrale di Fidenza, la cimasa in stucco della prima cappella, sulla destra, dell’ingresso, custodisce questa “teletta” (1778) del pittore borghigiano Angelo Carlo Dal Verme (1748-1825) raffigurante la Vergine Maria che apre il proprio manto per accogliere e proteggere i fedeli inginocchiati ai suoi piedi: sono i membri del “
Venerando Consorzio di M.V”., un’antica confraternita, dedita all’assistenza dei bisognosi e all'elevazione spirituale dei propri adepti, attiva in Duomo fin dal lontano Medioevo.
[1]
L’opera, già studiata approfonditamente, può riservare ancora qualche sorpresa, e non di poco conto.
[2]Un’analisi più rigorosa dell’opera, in effetti, potrebbe prendere le mosse dallo straordinario realismo fisiognomico e dalla cura formale che caratterizzano la figura dell’aristocratico personaggio, in primo piano a sinistra, visto di profilo: un giovane uomo dalla barba scura e curata, è colto nell'atto di inginocchiarsi in segno di rispetto e venerazione verso la Vergine: La sua persona si distingue per la postura solenne e l’abito distinto: mantello rosso, gorgiera, corsetto, camicia con ampi sbuffi e arricciature ai polsi, calze in seta legate sotto il ginocchio e il libro delle preghiere stretto nella mano, vicino al cuore.
Questi elementi ci permettono di riconoscere, con sufficiente fondamento, nell’ignoto personaggio, il rettore della confraternita: il nobile Ferdinando Ansaldi
[3], che risulta anche il committente dell'opera.
[4].
Un “vero ritratto”, e non una generica figura idealizzata, come si è ipotizzato, è anche quello della giovane donna dalla bellezza delicata, raffigurata en pendant a destra nel gruppo delle devote, quasi certamente la consorte del sopracitato Ansaldi; col lungo velo che scende dai capelli biondi, raccolti in crocchia con treccia arrotondata, inginocchiata e con le mani giunte, il suo sguardo è rapito nella contemplazione della Vergine Maria.
Ma a rendere davvero eccezionale la tela è un elemento finora del tutto trascurato: ci riferiamo al volto virile dai lineamenti decisi, che emerge seminascosto dal gruppo dei devoti raccolti in preghiera sotto il manto della Mater Misericordiae. L’ipotesi che si tratti di un “autoritratto latente”, cioè seminascosto all’interno di una scena affollata, è sostenibile, se si considera lo sguardo rivolto direttamente verso l’esterno, come a voler stabilire un contatto visivo con l’osservatore: un indizio fondamentale che non può essere ignorato
[5] .
Non si conoscono altre immagini vere o presunte del Dal Verme ma l’ignoto personaggio, che potrebbe avere tra i trenta e i quarant'anni, dimostra di avere la stessa età dell’autore, in quanto all'epoca del dipinto il pittore fidentino compiva 37 anni.
Un altro dato significativo è l’abito scuro abbinato al colletto rigido di foggia ecclesiastica compatibile con l’appartenenza allo stato clericale col titolo di abate
[6] , che per altro viene così citato nel 1777 in un diploma dell’Accademia di Parma di Belle Arti: «[…] il Signor Abbate Carlo Angelo Dal Verme scolare del Signor Antonio Bresciani […]».
[7]
La sovrapposizione tra la carriera artistica e lo status di abate, come accadde nel caso più celebre dell'abate Pietro Zani suo contemporaneo, concittadino e amico
[8], è un fenomeno ricorrente soprattutto nel XVIII secolo. L'uso del titolo era infatti estremamente diffuso e non coincideva necessariamente con una reale vocazione.
L’usanza dei pittori di auto-ritrarsi, come si sa, è antichissima e legata intimamente all'evoluzione della figura sociale dell’artista e della percezione di sé. Gli esempi illustri non mancano (da Giotto, Masaccio, Botticelli a Raffaello solo per citare i casi più famosi…), ove spesso risulta associato l’autore del dipinto con il ritratto del committente
[9].
Sarebbe così anche per la piccola tela centinata di Dal Verme, dove il presunto volto del pittore fidentino appare sopra la testa e alle spalle di Ferdinando Ansaldi.
Ma la sceneggiatura non smette di essere intrigante, soprattutto se si considera un altro dettaglio, dissolto e “fuggitivo” nella sontuosità della composizione: è il palmo della mano della Vergine che, con un gesto di infinita dolcezza, sembra sfiorare la fronte del pittore.
Questo gesto non è solo di benedizione ma, nella nostra lettura, si configura anche come legittimazione dell'artista: Dal Verme ha voluto inserire il proprio autoritratto all’interno del quadro per sancire la paternità dell'opera con una vera e propria firma visiva e, al tempo stesso, ribadire il suo sentimento di devozione alla Vergine e di appartenenza al sodalizio a Lei dedicato.
Guglielmo Ponzi
[1] F. Fiaccadori, Antelami.Imago
lateritia Beate Marie, (a cura di Fiaccadori), Parma,1991, p.
XV
[2]A. Leandri, Angelo Carlo,
Ambrogio Dal Verme (1748-1825), 2007, p. 104-5.
[3] G. Laurini, San Donnino
Martire e la sua città, Borgo S. Donnino,1924, p.135: «nell’elenco
delle famiglie principali borghigiane
figurò a lungo quella degli Ansaldi, venuti da Parma a Borgo S. Donnino
sulla fine del secolo XIII.
In una lapide murata nella chiesa di San Michele e dedicata a Giuseppe Ansaldi morto nel 1677, questi è detto patrizio
fidentino. Dal che si arguisce che questa famiglia fosse allora in molta considerazione».
[4] Cfr. A.
Leandri, cit. p.85: “10 8re 1778-. Dal Sig.r Rettore del Consorzio Fernando
Ansaldi per un quadretto della B.a V.e del consorzio posto in d.o Altare
L.215”, “Libro dei lavori fatti e di spese occorse”
[5] Cfr. Hall, L’autoritratto, Una storia culturale,
Torino, 2014.
[6] Non si può fare a meno di notare
che è lo stesso ’abito ecclesiastico indossato dall'abate don Pietro Zani nel noto
ritratto realizzato da Ignazio Unterperger (1748-1797).
[7] A. Leandri, op. cit., p. 3.
[8] M Capretti, L’abate don Pietro
Antonio Maria Zani fidentino, 2024, p.123.
[9] Cfr., M. L. Repetto, I volti dell’arte: autoritratti e ritratti, in
«Cambiaso a Magnasco: Sguardi genovesi» (a c. di Anna Orlando - A. Marengo,
Genova, 2020.
Grazie. Interessante.
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