venerdì 14 agosto 2026

Passeggiando all'alba lungo il fiume della grande magra tra natura, resti storici, ricordi di vecchi borghi



C’è un fiume che langue, che soffre e “boccheggia” in questi giorni di torrida estate. Pur nella difficoltà che lo ha ridotto ad essere poco più che un “rigagnolo” il caro vecchio Eridano continua ad essere protagonista della storia e dei tempi, delle vicende, piccole e grandi, dei villaggi che attraversa e delle persone, uomini e donne, che li vivono.
Oggi, con la più grande magra che, almeno a memoria d’uomo, si ricordi, il Po la storia la mostra e la racconta dando vita, tra l’una e l’altra riva, ad un vero e proprio itinerario nei tempi, lungo i tempi, e si mostra come un libro aperto sul mondo da leggere, studiare, conoscere e toccare con mano.
All’alba quando il sole inizia a creare le prime sfumature di rosso in cielo, è il momento migliore per conoscere il fiume, direttamente dalle sue rive, dai suoi spiaggioni, a piedi, o in barca, ed in rigoroso silenzio o, magari, ascoltando in sottofondo i brani di Giuseppe Verdi o Claudio Monteverdi.
In sottofondo, appunto, per non disturbare cefali ed aspi che vedrete muoversi e tuffarsi tra le acque del fiume insieme agli altri pesci che lo popolano. E chissà che, magari, non incontriate anche il granchio blu che ultimamente ha fatto la sua comparsa anche nel tratto del medio Po. 
Passo dopo passo il vostro sguardo e il vostro silenzio potranno essere interrotti dal volo delle anatre selvatiche, degli aironi o, magari, della piccola ballerina bianca che volteggia allegramente laddove le onde leggere del fiume in ritirata lasciano spazio a nuovi cumuli di sabbia.
È il Creato che si mostra ai vostri occhi e incontra i vostri passi; quei passi che proprio lì, nel silenzio del fiume, trovano e incontrano la storia, che è quella fatta dalle pietre e dai legni del Po, da vecchie imbarcazioni, dai ricordi degli uomini e delle donne che incontrerete, forse, sul vostro cammino. 

Resti di vecchio barcone


Da Cremona e Casalmaggiore, tra l’una e l’altra riva, è un vero e proprio itinerario nel tempo, tra i tempi, lungo i secoli che si sono sedimentati tra le sabbie limose del più grande dei corsi d’acqua italiani. Ad Olza, nel Piacentino, a due passi ormai da Cremona, il fiume in ritirata mostra i resti di Olzula Vetula, la vecchia Olza spazzata via nel corso dei secoli dalle piene e dai mutamenti morfologici del fiume. 

Olza

L’antico borgo, con ciò che ormai ne restava, scomparve definitivamente durante l’alluvione dell’autunno 1857. Proseguendo verso valle, accompagnando il cammino del fiume verso il mare, il vecchio Eridano, sulla spiaggia tra Cremona e il Sales, mostra vecchie mura per le quali si sprecano le interpretazioni. 

Polesine San Vito

C’è chi parla di un ponte spagnolo seicentesco e chi di una torre di guardia, e chi sostiene che si tratti di un vecchio mulino o di un attracco per imbarcazioni. Sempre nei paraggi del Sales e di Isola Provaglio, adagiato sulla sponda, a raccontare la storia è un vecchio carrello di quelli che un tempo venivano utilizzati per il trasporto di ghiaia e sabbia, per la costruzione di pennelli, argini e opere di difesa spondali. 

Vecchio carrello

È lì, da decenni, a raccontare di un fiume che è sempre stato, ieri più di oggi, fonte di vita per intere famiglie. 

Polesine San Vito

Quando si giunge poi al “crocevia” tra le province di Cremona, Piacenza e Parma, tra i territori di Stagno Lombardo, Villanova sull’Arda e Polesine Zibello, dall’acqua ecco riemergere le mura di quella che poteva essere, chissà, la vecchia chiesa di Brancere (erosa, come tante altre , dalle piene del Po) o, forse, uno dei resti della vecchia Polesine San Vito, altro borgo completamente distrutto dalla furia del fiume e dai suoi mutamenti morfologici. Di Polesine San Vito, come di Olzula Vetula (e delle altre “Atlantidi del Po” come Polesine Manfredi, Vacomare, Carpaneta, Caprariola, Tolarolo, Arzenoldo, Vulturnia, Scurdo, Gurgo, Barcello, Cella, Casale dè Bellotti, Casale dè Ravanesi ed Isola dei Bozardi) il fiume si è portato via proprio tutto, comprese un paio di chiese ed un castello le cui poderose mura sono ben visibili, oggi, sulla massicciata cremonese del Po (anche se, va detto, buona parte di quei terreni, seppur in sponda sinistra, appartengono al Parmense) fino alla storica Antenna del Porto.

Alle vecchie mura “rispondono”, sulla riva destra del fiume, i resti di remote foreste riemersi all’altezza di Polesine Parmense, laddove l’aria è inebriata dai profumi del culatello: e allora una sposta golosa non manca come non deve mancare a Cremona per gustare il tipico salame cremonese. Oppure portateveli in un cestino, il culatello e il salame, da gustare lungo il resto del cammino, o della navigazione. 
In un itinerario che a Zibello porta a doversi incuneare in una delle vecchie lanche del Po, quella della Via Longa (purtroppo prosciugata e “arsa” dalla siccità in corso). Qui bisogna essere davvero bravi e conoscere molto bene il territorio. Bisogna essere capaci di osservare e non di guardare, perché osservare significa scrutare a fondo, studiare e notare quello che si incontra.
Qui, nella capitale della zona di produzione del Culatello, “intrappolato” tra i sedimenti della lanca, ermerge ciò che resta del vecchio “Barcòn ad Baldo” (al secolo Ubaldo Morenghi), imbarcazione che era destinata al trasporto di ghiaia e sabbia, con “tappe” che arrivavano anche fino a Venezia, con rapporti continui, e quotidiani, con il cremonese ed il casalasco. 

“Barcòn ad Baldo”

Il barcone in legno, era lungo 25 metri e largo 5, funzionava a motore ed aveva rimpiazzato quella precedente che era trainata dal cavallo (stando sulla via Alzaia). Il relitto è insabbiato da almeno mezzo secolo e, purtroppo, col tempo, si sta sempre più sgretolando. 
L’itinerario tra le due sponde prosegue e, a proposito di relitti, a ridosso dell’ormai vicino ponte “Giuseppe Verdi”, a Isola Pescaroli, si incontrano i resti di altre vecchie imbarcazioni. 
A monte del ponte il relitto della vecchia casa galleggiante che un tempo era luogo di ritrovo, e di briscole in compagnia, per un gruppo di persone di Sospiro e dintorni. L’imbarcazione era composta da due barconi in cemento ancorati in parallelo, tra i quali era sistemata una piattaforma su cui era stata sistemata una casetta in laterizio abitualmente utilizzata, in passato, per ritrovi di pescatori, cacciatori di anatre e amici del Grande fiume, per merende conviviali, partite di briscola e quattro chiacchiere in compagnia, direttamente sul fiume. La sua fine è stata decretata in una nebbiosa notte di diversi decenni fa, quando una bettolina in transito, a causa proprio della bruma che avvolgeva il fiume, l’ha speronata. Per il barcone non c’è stato chiaramente nulla da fare, si è inabissato portandosi via ricordi, momenti indimenticabili sul fiume e istanti di vita della gente del Po. 
Ma oggi è ancora lì, a suo modo, a raccontare quelle pagine di storia in “compagnia”, poche decine di metri più avanti, all’altezza del bar L’Attracco (altra tappa d’obbligo per una sosta golosa e refrigerante) , del relitto del vecchio traghetto che un tempo, prima dell’avvento del ponte, faceva la spola tra San Daniele Po e Roccabianca.

Resti dell'antico traghetto

Oltepassata Motta Baluffi, all’altezza del vesto spiaggione che si incontra fra Torricella del Pizzo e Gussola la ritirata del fiume ha restituito il vecchio approdo che era stato realizzato dai tedeschi in occasione della loro celebre ritirata durante la seconda guerra mondiale. I pescatori locali lo chiamano “Monte Bianco” e spingendosi sulla sponda destra, tra canti di cicale e aironi in volo, ecco spuntare il relitto dell’Uruguay, imbarcazione che affondò nel 1947. 
Era una magana, un tempo utilizzata per il trasporto di ghiaia dall’Adda. L’imbarcazione, partendo appunto dall’Adda, per molti anni solcò le acque del fiume Po tra il Cremonese ed il Parmense. Nel 1947 si spezzò in due ed affondò nella zona di Torricella all’altezza della località Chiavica prima di essere trasportata a valle dalle piene succedutesi nel tempo. Ora si trova nella zona dei sabbioni di Coltaro. 
Il relitto fu individuato per la prima volta nel 1986 dal socio della Nautica di Torricella Elio Ragazzini durante una secca del Po, quindi riemerse nuovamente nel 2002 durante un altro periodo di grande magra e poi, ancora, nelle magre più recenti come quelle del 2021 e 2022 e quella attuale. Sono tutti ricordi della vita e del lavoro sul Po. Lavoro che, un tempo, univa quotidianamente e costantemente le due rive, quella emiliana e quella lombarda.

Il fiume, in passato più di oggi, era ed è stato per tante famiglie una straordinaria fonte di vita. Tanti i mestieri, molti dei quali oggi scomparsi, che si svolgevano intorno al fiume e sul fiume. 
C’erano i saccaroli ed i mugnai, i barcaioli ed i pontieri, i passatori ed i pescatori, i manovali ed i cavatori di sabbia, gli scariolanti, i carrettieri ed i boscaioli. Basti pensare, come testimonia anche una carta conservata nell’Archivio di Stato di Parma, che sul Po, tra Pieve d’Olmi e Zibello, nella prima metà del 1800 si trovavano 12 mulini. 
Il Po, del resto, è sempre stato, fin dal tempo della dominazione romana, una importante via di comunicazione con l’Adriatico e con la parte occidentale della Pianura Padana. Una interessante testimonianza, locale, del vecchio Eridano come fiume navigabile, è data da Francesco Luigi Campari che, in quello straordinario libro che è “Un castello del Parmigiano attraverso i secoli” ricorda che nel 1722 un battello ducale, il “bucintoro”, aveva solcato le acque del fiume e, durante un furioso temporale, venne spinto contro la riva inabissandosi a Zibello. 
Il primo battello a vapore che discese il fiume fu invece l’ “Eridano”, nel 1919. La rivoluzione industriale determinò un sensibile aumento dei traffici fluviali, pur ostacolati dai confini dei vari Stati che su di esso si affacciavano, fino a che nel 1888 fu firmata una convenzione internazionale per la navigazione del Po, limitata soprattutto al trasporto di metalli, legname, carbone, ghiaia, materiale da costruzione, cereali, vino e sale. Poi, con l’arrivo delle ferrovie, il fiume perse nuovamente la sua importanza. L’itinerario tra le secche e la storia, tra le vicende degli uomini e delle donne del Po e del loro lavoro, come delle loro stesse esistenze, porta ad incontrare quindi, tra Casalmaggiore e Colorno, i pochi poveri resti, riemersi con questa storica magra, di Cella, altro borgo “spazzato via” dal fiume e dalle sue piene. Si è all’altezza dell isolotto vicino allo spiaggione dell’Isola Maria Luigia e grazie alle ricerche effettuate dagli storici Paolo Affanni e Cesare Conti, di recente la Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per le province di Parma e Piacenza, ha definitivamente indicato il sito archeologico di Cella e lo ha fissato sulle mappe ufficiali dei siti archeologici tutelati. Il borgo di Cella fu travolto dalle acque del Po tra il 1760 ed il 1778 e la chiesa di San Donnino (che aveva in precedenza altre dedicazioni) risulta travolta nell’alveo maestro del Po nel 1767. 
I continui meandreaggiamenti del Po avrebbero portato la chiesa di Cella dal territorio casalasco (di Casalmaggiore) a quello parmense. Viceversa la "Capella de Cortecellis de Ultrapado" risulta ancora nell'anno 1230 nel pievato di san Genesio e quindi in diocesi di Parma (Ratio decimarum, Schiavi 1925, p. 31. resti di una costruzione" su un isolotto sabbioso)
 Come indicato proprio da Paolo Affanni e Cesare Conti 
“La più antica testimonianza dell’esistenza della frazione di Cella risale all’epoca tardo medioevale: negli anni tra il 1185 e il 1215 si svolse un processo atto a stabilire la pertinenza della chiesa di S. Clemente di Cella alla pieve di S. Stefano di Casalmaggiore."
Colorno e Casalmaggiore provenivano da quattordici anni di forti contrasti e da una pace siglata tra il 1183 e il 1188. 
Era facile quindi intuire la necessità di questo processo che alla fine volse a favore dei cremonesi. Il contendersi di Cella nasceva sicuramente dalle forti modificazioni del territorio dovute al lento e continuo spostamento del corso del fiume Po e dalla sua primitiva collocazione sulla sponda cremonese”. Ci si avvicina, in questo itinerario, ai confini tra il Cremonese ed il Mantovano, giungendo all’altezza di Fossacaprara e Cicognara, terre “cantate” nientemeno che da Grazia Deledda che cento anni fa riceveva il Premio Nobel per la Letteratura. 
Un legame, giusto ricordarlo, quello tra Grazia Deledda e le terre del Po, nato in seguito al matrimonio della scrittrice con Palmiro Madesani, funzionario statale (era segretario dell’Intendenza di Finanza), originario di Cicognara. In terra sarda, dove il Madesani all’epoca lavorava, si conobbero e dopo appena poche settimane si unirono in matrimonio. Successivamente Madesani lasciò il lavoro per diventare il manager e l’agente letterario della moglie. Quest’ultima soggiornò a lungo, col marito, a Cicognara, tra il 1900 e il 1930, ambientandovi opere come “Nostalgie” frequentando don Primo Mazzolari e vivendo nella Casa Morini-Tagliavini. 
Tra i centri rivieraschi con cui la relazione fu più forte, oltre a Cicognara, spiccano Roncadello e Fossacaprara, la casa di Co' de Bruni dei cugini di Palmiro, i Tagliavini-Morini, uomini e donne di quei luoghi che diventarono per altro protagonisti di romanzi come L'ombra del passato, Nostalgie, Annalena Bilsini, e di struggenti novelle come Nel Mulino

Grazia col marito ed i figli Franz e Sardus arrivavano a Casalmaggiore e da lì, in carrozza con Antenore Tagliavini proseguivano lungo l'argine del fiume verso Fossacaprara, Roncadello e Cicognara fino alla casa di Co' de Bruni che li accoglieva ospitale. Fossacaprara (frazione di Casalmaggiore) viene per altro citata da Grazia Deledda nella sua celebre opera “Nostalgie” e se è vero e chiaro che Fossacaprara (così come Cicognara e Roncadello) può essere definita la "seconda patria" letteraria, dove la scrittrice ha vissuto la realtà paesana e fluviale del Po, arricchendo la sua visione del paesaggio italiano è anche importante considerare il fatto che Grazia Deledda può essere considerata una “testimonial”, una “ambasciatrice” di quel prodotto di nicchia locale che sono i “Gnoc a la mulinèra”, di fatto nati a bordo degli storici mulini natanti sul Po, dei quali Grazia Deledda parla nella sua opera “Nel mulino” inserita nella raccolta di novelle dal titolo “Il cedro del Libano”
In un passaggio di “Nel mulinoGrazia Deledda scrive: 
“Tutto è bello e buono quando si è ancora giovani, sani, compagni di gente leale e semplice: anche nel focolare del mulino arde la fiamma ospitale: il vecchio si era tolta la giacca e aveva impastato la farina, sull’asse bianca che tremolava quasi ridente. Con un accento di segreto, ammiccando verso la biondina che si era già messa a flirtare col più giovane dei mugnai, mentre io guardavo con curiosità la sua fatica, disse con aria da iniziato: — Per esser speciali, questi qui, bisogna impastarli con l’acqua del Po. Vedrà, vedrà: è ben altra cosa che quelli del paese. Si trattava di gnocchi: in breve uscirono dalle sue mani come tante susine bianchicce, e il mugnaio anziano venne ad ispezionarli toccandone uno con la punta dell’indice. Bene, bene; non restava che cuocerli e condirli: il che fu fatto con rapidità incredibile”. 
Poi, ancora, aggiungeva:
 “Più che un banchetto sembrava un rito, una casta comunione in omaggio alle deità fluviali, con gl’invitati in piedi lungo la rozza balaustrata, al suono d’organo delle onde: e i gnocchi sparivano in religioso raccoglimento o meglio si liquefacevano in bocca, come ostie: ed era invece, il loro, un sapore indefinibile; qualche cosa fra il piacere, sì, della gola, ma anche quello di un verso dimenticato che d’improvviso torna alla memoria. L’acqua del fiume, con la quale erano impastati, c’entrava certamente in questa malìa”. 
Di fatto quella di Grazia Deledda è da considerare la sola descrizione attendibile di questi gnocchi che trovano la loro “culla” a Fossacaprara dove, da tempo, si sta lavorando al loro recupero, alla loro valorizzazione. 
Da gustare con passione, dopo aver assaporato salame cremonese e culatello di Zibello, in un itinerario fatto di storia e di cultura, di arte e di musica, di suggestioni e storie di vita. In un fiume che, anche quando soffre, come adesso, continua a custodire la storia, a narrarla e la restituisce a noi che ne siamo custodi, eredi e, tra i nostri impegni, ci deve essere quello di divulgarla.
Eremita del Po
Paolo Panni

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