venerdì 1 febbraio 2013

Due fidentini nella bufera: storie di prigionia

Bruno Ramenzoni in un ritratto eseguito da Ettore Ponzi 
Wietzendorf  nel 1945 presumibilmente nel periodo successivo
alla liberazione del campo. 
Erano presenti gli ultranovantenni fidentini Bruno Ramenzoni e Arnaldo Vascelli alla cerimonia di conferimento delle medaglie d'Onore tenutasi a Parma martedì 29 gennaio. In due articoli, il primo del nostro settimanale diocesano "il Risveglio" il secondo della "Gazzetta di Parma" il resoconto dell'evento.


Per lo spirito di sacrificio mostrato durante la terribile esperienza del lager

Giorno della Memoria, medaglia d’onore ai fidentini Bruno Ramenzoni e Arnaldo Vascelli


Fidenza ha celebrato il Giorno della Memoria con una seduta straordinaria del Consiglio comunale che ha avuto luogo venerdì 25 gennaio presso il Centro giovanile di via Mazzini.
E’ seguito lo spettacolo teatrale “ La notte” che Franco Tanzi ha realizzato insieme agli istituti superiori locali sulla base del testo omonimo di Elie Wiesel. Domenica 27 gennaio presso Casa Cremonini presentazione di due opere sulla Shoah: “La fabbrica dei fantasmi” di Francesca Bettelli e “Tredici milioni: prognosi riservata per la comunità ebraica” di Robert Gennazzano. Durante l’incontro collegamento radio con la trasmissione “Carta vetrata” dove l’attrice Gloria Maria Gorreri ha letto brevi estratti delle memorie di Bruno Ramenzoni. Proprio quest’ultimo, giunto all'età di 93 anni, insieme ad Arnaldo Vascelli che ne ha invece 97, è stato insignito presso la Prefettura di Parma della medaglia d’onore della Presidenza della Repubblica come alto riconoscimento dello spirito di sacrificio mostrato da entrambi in quella immane tragedia.
Bruno Ramenzoni non ne ha mai voluto parlare con nessuno tanto era profondo il ricordo doloroso di quella terribile esperienza. “Se lo faccio oggi” precisa “è perché non voglio che se ne perda la memoria e sia restituita la dignità a noi italiani”. Ramenzoni venne catturato a Tirana, in Albania, dopo l’8 settembre 1943, poi deportato a Skopje (allora considerata territorio bulgaro), quindi tradotto in Germania.
Ingresso al campo di Munsterlager
“Dopo aver lavorato in una segheria dall'agosto 1944 al maggio 1945 mi sono trovato privato di ogni dignità umana – racconta Ramenzoni – per la negazione di ogni diritto internazionale circa il trattamento dei prigionieri di guerra in un campo nascosto nel bosco chiamato Munsterlager (luogo sempre tenuto segreto dallo Stato tedesco, vicinissimo ai campi di concentramento di Nenengamme e di Bergen Belsen, dove ancor oggi esiste una caserma militare chiamata dai tedeschi Hindenburg-Kaserne). In stato di schiavitù, ridotto alla fame e alla sete, sono stato asservito alla mostruosa macchina bellica come, ad esempio, al trasporto di proiettili di ogni tipo, senza la possibilità di astenermi o di sottrarmi al lavoro. Ammalarsi significava essere ucciso o lasciato agonizzare senza assistenza. “Anche obbedendo agli ordini venivamo ugualmente picchiati con il calcio del fucile per il fatto di essere considerati italiani traditori. Chi protestava singolarmente veniva ucciso sul momento con un colpo in testa ad opera di un superiore in servizio al campo”.
Al ritorno in patria ci vollero anni per riuscire a riprendersi dalla Tbc ai polmoni. Non poté più esercitare il lavoro di falegname e dovette accontentarsi di svolgere piccoli lavori, meno remunerativi e tali da non peggiorare lo stato dei suoi polmoni.
Il 2 aprile 2001 Ramenzoni presenta regolare domanda all’Organizzazione internazionale per le migrazioni al fine di vedersi riconosciuti due risarcimenti di guerra. Essa però viene respinta un anno dopo.
“Non hanno contestato la documentazione da me prodotta – spiega – ma hanno deciso di considerarmi un militare detenuto in un normale campo di prigionia in quanto Munsterlager non è stato riconosciuto
come campo di sterminio”. Nel 2003 presenta ricorso alla sede di Ginevra, ma ancora una volta la richiesta viene bocciata e questa volta con sentenza definitiva.
“Hanno decretato che non sono stato internato in un campo di sterminio e che non avevo nemmeno diritto al rimborso delle spese per l’appello. Ma si sono dimenticati del risarcimento chiesto per la malattia contratta per gli stenti, il freddo e gli ambienti malsani destinati ad eliminarmi fisicamente se fossi stato meno fortunato”.
Arnaldo Vascelli invece venne fatto prigioniero dai tedeschi e deportato in Germania il 18 settembre 1943: “Mi hanno mandato in un campo di lavoro e mi hanno cambiato destinazione tre volte. I primi quaranta giorni sono stato a raccogliere patate in un’isola del Mar Baltico. Quindi mi hanno trasferito nel bacino della Rühr. La città si chiamava Mannheim. Tutte le notti piovevano bombe dal cielo perché lì c’erano le fabbriche di armi della Krupp. Noi eravamo ai forni e facevamo le molle per i cannoni. Era un lavoro molto faticoso: se uno si addormentava o rallentava il ritmo, veniva punito duramente. Poco lontano da lì sapevamo che uccidevano gli ebrei nelle camere a gas”.
Nonostante l’emozione, Arnaldo continua nella sua testimonianza: “Non vi dico cosa ho passato perché non ci credereste. Soprattutto era terribile la fame: si mangiava di tutto, perfino la buccia delle patate. Poi ebbi un colpo di fortuna. A un ufficiale tedesco avevano detto che sapevo cantare e allora mi disse : “Canta!”. Non mi feci pregare due volte e cantai: “Mamma”. Dopo un breve applauso mi diede una pacca sulla spalla : “Domani niente lavorare”. Dopo varie vicende sono arrivato a casa e ho saputo che era morta mia madre. E’ stato per me un dolore grande, molto più forte delle sofferenze sopportate nel campo di lavoro di Manheim”.






1 commento:

  1. Claretta Ferraini1 febbraio 2013 13:48

    Vorrei giungesse, al Signor Vascelli, questo mio pensiero: io crederei fermamente alle sue testimonianze, se volesse raccontarle, perchè so che chi ha sofferto simili atrocità non ingrandisce ciò che racconta, ma lo sminuisce (Primo Levi insegna) proprio perchè la mente di una persona "normale" le rifuta come cose aberranti e disumane, non icredibili, però. Al Signor Ramenzoni: cosiderare un campo di prigionìa meno deleterio di un campo di sterminio, è come nascondersi dietro un dito.

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