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domenica 15 aprile 2018

Il Borgo ghibellino che fu Capitale

5 commenti:

Da Fidentia Julia a Borgo San Donnino a Fidenza

Mi sorprende sempre la grandiosità della Cattedrale, la sua navata protesa verso l'alto, le quadrifore dalle quali si intravvedono i matronei e la immagino illuminata dalle tremule fiammelle delle lampade ad olio che creano giochi di luce ed ombra mentre un'assemblea sta raccolta in preghiera e nell'ascolto delle parole del suo prevosto.

giovedì 19 settembre 2013

Decorazioni della volta del vecchio vescovado di Fidenza

2 commenti:
Borgo San Donnino (Fidenza) Palazzo Vescovile
Il palazzo, in parte distrutto dai bombardamenti nel corso della seconda
guerra mondiale, è stato poi totalmente demolito nel dopoguerra.
Da una rara serie di cartoline postali degli anni ’20, appartenente alla Collezione Mauro Bandini e pubblicata di recente da Mirella Capretti, possiamo vedere come si presentava all’esterno e all’interno l’antico Seminario Vescovile di Borgo San Donnino, prima della sua totale distruzione avvenuta durante l’ultima guerra mondiale. Ricordato come una delle testimonianze architettoniche più rappresentative del Barocco fidentino, lo storico edificio sorgeva accanto al Duomo, ove era stata costruito tra il 1690 e il 1704 da don Francesco Callegari, lo stesso progettista del santuario mariano di Madonna dei Prati.

sabato 19 gennaio 2013

Un pittore di Borgo San Donnino (Fidenza) da riscoprire

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Della seconda parte del lavoro di Angela Leandri, pubblicato per i caratteri de "il Risveglio", settimale della Diocesi di Fidenza, riprendiamo la parte dedicata a delineare la figura di Antonio Maria Formaiaroli, nostro concittadino e "pittore bravissimo". In calce diamo in formato immagine il foglio de "il Risveglio" che riporta l'intera seconda parte del lavoro di Angela Leandri, ricordiamo che la prima è stata da noi pubblicata la scorsa settimana col titolo "La Sacra Famiglia di Antonio Maria Formaiaroli (1679-post.1731)". In calce troviamo in immagine l'intera seconda parte dell'articolo.


Antonio Maria Formaiaroli, definito dall’Abate Zani 
“ 
pittore bravissimo”, è personalità tutta da rivalutare



Formaiaroli, molto apprezzato dai suoi contemporanei e ricordato dallo Zani come pittore “bravissimo”, è portato all’attenzione del pubblico in tempi abbastanza recenti. Il suo catalogo certo si riduce a pochissimi titoli e la sua personalità artistica è ancora tutta da indagare.
Purtroppo sul suo conto si rintraccia ben scarsa memoria, forse a causa di una “iniqua fortuna che in continue amarezze e povertà gli fece trascinare la vita cacciandolo non grave d’anni e quasi dimentico nel sepolcro di Borgo San Donnino” (Scarabelli- Zunti, sec. XIX). 
Il suo nome si ritrova appuntato in una nota della spesa per la novena di S. Donnino (1712) e questo in ragione di un impiego dell’artista come musicista (“3° violino”). (cfr. “Momenti di festa a Borgo S. Donnino nel Settecento”, 2005, p. 72).
Egli figura anche nella “Nota de’ SS.ri Ecclesiastici della Parochiale Prevosturale di S. Michele della Città di Borgo San Donnino dell’anno 1715”, in elenco tra i “Chierici Tonsurati” come “S.r Ant. M.a Formagliaroli”.
Il pittore, tuttavia, dovette in età non più giovane prender moglie e forse scoprire tardi il ruolo di padre. Il parroco di San Giovanni Battista in Borgo San Donnino don Francesco Rastelli stese in data 30 giugno 1740 l’atto di morte per il piccolo Francesco, deceduto all’età di sette anni “circa” nell’orfanotrofio dell’Ospedale posto nei confini di detta chiesa parrocchiale.
L’atto lo dice “filius quondam Antonijs Formaiaroli et Rosa Jugalium”, figlio del fu Antonio Formaiaroli e di Rosa coniugi. Il pittore, così come dà a vedere il documento, non più in vita nel 1740, aveva perciò avuto un figlio all’inizio degli anni trenta del Settecento, all’età di cinquantatré anni circa.




giovedì 10 gennaio 2013

La Sacra Famiglia di Antonio Maria Formaiaroli (1679-post.1731)

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Dell'articolo di Angela Leandri, pubblicato per i caratteri de "il Risveglio", settimale della Diocesi di Fidenza, riprendiamo la parte iniziale relativa alla descrizione di un dipinto conservato nella Chiesa di San Antonio a Salsomaggiore. L'attribuzione del dipinto e le sue vicissitudini sono sviluppate nella restante parte dell'articolo. In calce diamo in formato immagine il foglio de "il Risveglio" che riporta l'intera prima parte del lavoro di Angela Leandri, nel numero della prossima settimana ne troveremo il completamento.


Nella chiesa di s. Antonio si trova una “Sacra Famiglia”
che purtroppo si presenta in cattivo stato conservativo


La chiesa di S. Antonio a Salsomaggiore conserva un’interessante e inedita Sacra Famiglia ad olio su tela (120X142, non esposta al pubblico). Segnalata come di scuola fidentina della prima metà del Settecento, essa purtroppo si presenta in cattivo stato conservativo, offuscata e depauperata per vaste cadute di colore.
Una foto d’archivio dell’inizio degli anni Settanta, gentilmente fornitami dalla Sovrintendenza BSAE di Parma, documenta adeguatamente la scena. Sulla destra si osserva san Giuseppe seduto con le braccia allargate in delicato gesto protettivo e affettuoso nei confronti del piccolo Gesù che tiene tra le gambe.
Ha sembianze mature, ma non senili. Il suo corpo, piegato in avanti e ricoperto da ampi panneggi, emerge come una sorta di ricovero avvolgente il Bambino. Gesù ha appoggiato un piede a terra e fa cenno di muoversi diretto alla Madre.
Il suo sguardo, velato di tristezza, è rivolto al frutto che tiene in mano. Dall’altro lato, in una posizione arretrata, vi è Maria che, rassicurante, si protende pronta ad accogliere il proprio figlio. Sullo sfondo si scorge un paesaggio a cielo aperto, delimitato da un’architettura sulla sinistra.
Diversamente dall’iconografia tradizionale del tema, che vede la Vergine protagonista e Giuseppe nell’ombra a significare la sua funzione di custode di Maria e del Bambino, questa Sacra Famiglia appare raccolta intorno al Santo, posto in primo piano, conferendogli un’importanza del tutto particolare all’interno della sacra rappresentazione.
Il quadro sacro emerge incentrato sul gruppo padre-figlio, coinvolgente nella sua evidenza di rappresentazione densa di familiarità: carico d’amore, Giuseppe è attivamente impegnato con Gesù, un vispo bambino in procinto di affrontare il suo primo passo. E’ la fotografia di un padre premuroso intento ad assecondare la vitalità del proprio figlio garantendo sicuro sostegno.
Di Giuseppe parlano poco gli evangelisti che trattano della famiglia terrena di Gesù.
Semplici ed intellettuali nel corso dei secoli hanno dato spessore alla sua figura, e tra questi va citata Teresa d’Avila, particolarmente devota al Santo, senza dimenticare la proclamazione della festa universale di San Giuseppe avvenuta nel 1621.
La composizione sviluppata in orizzontale deriva ad evidenza dal famoso esempio di Bartolomé Esteban Murillo, la “Sacra Famiglia dell’uccellino” del 1650, pur conservando differenze: mentre l’una, quella del pittore spagnolo, descrive un brano di vita della famiglia di Gesù calato nella realtà della Siviglia del tempo dell’artista, secondo il naturalismo proprio della Spagna seicentesca, l’altra, invece, definisce una situazione come senza tempo, ricondotta al puro intreccio di sentimenti, questi sì umanissimi, dei tre protagonisti immersi in un paesaggio naturale.
In quest’ultima colpiscono l’accostarsi tenero e rassicurante della Vergine, il suo sguardo dolce e benevolo, l’atteggiamento carico di amorevolezza e premura di Giuseppe nei confronti del Figlio, malfermo nell'affrontare il suo primo passo. Il Bambino partecipa del calore della famiglia terrena, ma il suo sguardo rivolto al frutto (simbolo della Redenzione) adombra malinconia. E’ una famiglia serena quella che si presenta, colta in un momento di intimità. Le posture, eleganti ma naturali e la gestualità delicata, suscitano una sensazione di dialogo in corso, di unione e di legame tra le parti. Sensazione che viene trasmessa anche a chi guarda.
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Angela Leandri



domenica 17 giugno 2012

Dipinto settecentesco conservato presso la chiesa dei Cappuccini di Fidenza

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Opera attribuita al Formaiaroli, potrebbe essere opera di Dal Verme
E’ un omaggio all’Ordine dei Serviti la tela che si trova presso la
 chiesa dei Cappuccini


Prima delle soppressioni napoleoniche del 1805, che determinarono l'allontanamento dei monaci e il conseguente esproprio di chiese e conventi, l'Ordine dei Servi di Maria era ampiamente rappresentato nel nostro territorio dagli insediamenti di Salsomaggiore, Soragna e, a partire dal 1790, anche a Borgo San Donnino. 
Quest'ultima comunità ebbe quindi vita brevissima e le sue tracce architettoniche si confondono nell'eclettica struttura dell'ex palazzo Gonzaga (ora di proprietà della famiglia Menzani) in via Gramsci, complesso che nel corso dell'Ottocento ha inglobato le parti superstiti dell'ex convento e della piccola chiesa a pianta centrale dedicata a San Ferdinando.
Ma sono ancora una volta le arti figurative a proporci le testimonianze più eloquenti.
Come il dipinto settecentesco (vedi foto), conservato presso la chiesa dei Cappuccini di Fidenza, sicuramente di provenienza dalle chiese dei Serviti di Fidenza o di Salsomaggiore. indicata dalla "Guida artistica del Parmense" come opera affine ai modi del Formaiaroli la tela, esposta sulla controfacciata a sinistra, è descritta impropriamente come la Vergine che dona l'abito ai sette fondatori dell'ordine dei Cappuccini. Se non c'è motivo di dubitare sull'attribuzione al pittore fidentino, (ma mancano riscontri obbiettivi), la descrizione del quadro proposta da G. Godi e G. Cirillo è senz' altro da rigettare.
Il soggetto del dipinto rientra infatti nella più tipica tradizione iconografica dei Servi di Maria, con i famosi sette santi fondatori, rarissimo o forse unico caso nella storia della Chiesa di canonizzazione collettiva, riguardante cioè non i singoli individui ma un intero gruppo. Appunto i sette laici, mercanti di lana fiorentini che, intorno al 1230, si ritirano sul monte Senario per avviare una nuova esperienza di vita comune ispirata al Vangelo e alla regola di s. Agostino. Chiamati dapprima Frati Servi della Beata Vergine Maria, diedero origine al nuovo ordine religioso e la loro ricorrenza liturgica è fissata dal calendario romano il 17 febbraio.
Il pittore, probabilmente il Formaiaroli, (ma non sarebbe da escludere la mano di Dal Verme, che sappiamo aver lavorato per i Serviti di Borgo), si rifà a un modello tradizionale che risale al Cinquecento: la Madonna attorniata, in un chiarore di nubi, da angeli che innalzano la croce e i simboli della Passione, porge lo scapolare nero ai sette frati inginocchiati sul monte Senario; un angelo, a sinistra di Maria, addita le pagine del libro della regola, che reca impresso il simbolo dei Serviti, con le lettere S e M intrecciate e sormontate da una corona. 
Elemento essenziale della vita dell'ordine, oltre a una radicale scelta di povertà evangelica e di servizio al prossimo, è infatti la dedizione totale alla beata Vergine, invocata come "speciale rifugio, madre singolare e propria Signora" dei Servi. Alla loro particolare devozione verso la Vergine Addolorata si ricollega inoltre il simbolismo dell'abito nero, "abito di vedovanza" della Vergine come lo chiama s. Filippo Benizzi che, insieme a s. Pellegrino Laziosi, s. Giuliana Falconieri e, nel secolo X1X, s.Clelia Barbieri, è una delle figure più rappresentative, tra la folta schiera di santi e beati che l'Ordine dei Servi ha donato nel corso dei secoli alla Chiesa
Guglielmo Ponzi