mercoledì 9 giugno 2021

Ricordando Rino Sgavetta

 Ha aspettato che finisse il Giro d'Italia

Anche Rino Sgavetta ci ha lasciati...
Grande chi
Nel passaggio su questa terra
Non pensa solo a se stesso
Ma si prodiga
Per lasciare
Un’impronta tangibile
Di bellezza
Che migliori l’Umanità.
Sarà sempre caro
A Dio
E agli uomini.
E sarà beato in Cielo.

1 autoritratto su corteccia, 1978


2 la sua firma in una scultura del giardino di casa

Ha aspettato che finisse il Giro d’Italia, lui, grande appassionato delle due ruote fin da bambino, guardando tutte le tappe in TV, e ancora, fino all’ultimo, anche se con fatica, a fare schizzi su carta,..

Quel Covid che ci ha divisi e isolati per tanto tempo, che lui aveva comunque sconfitto, gli aveva tolto le forze ma non il desiderio di fare, con la passione di sempre, come anni prima, dopo un intervento al cuore. Poi, lunedì, improvvisamente se n’è andato, accasciandosi in silenzio mentre era nel suo giardino... 

Ho scritto diverse volte su di lui, prima sul Risveglio, poi su questo Blog perché lo sentivo poco considerato, ho cercato di dargli voce, pur senza pretese: lui ne era contento.  Ora mi riesce difficile mettere insieme un ricordo con l’ammirazione e l’affetto che provavo per lui e per la sua opera, che non era, all’inizio, nelle mie corde: io, amo, infatti, il disegno, la linea pulita del ‘segno che dice’, l’incisione. Quasi mi sento gelosa di questa amicizia nata per caso, che si è saldata nel tempo con una stima reciproca, originata forse da una comune matrice contadina.

Posso dire che mi voleva bene, e di questo sono orgogliosa, mi voleva bene anche la moglie Maria - che l’ha preceduto anni fa - affetto che continua con la nuora Antonella e con il figlio Gianni. Quando a casa sua si festeggiava qualcosa, anniversario o compleanno, infatti, io ero sempre invitata. (3)

3 Rino con la moglie Maria davanti al ritratto di lei con una fascina in spalla

Non riesco ad immaginare, ora, la sua casa senza di lui: le pareti delle stanze coperte di dipinti e acquerelli a far da contorno alle sculture negli angoli o sui tavoli, così pure i muri delle scale, per salire in quella soffitta-studio, dimora di tutte quelle tele accatastate, girate e rigirate varie volte, ma sempre nuove, sempre mai viste, sempre una sorpresa. Il cavalletto, le tele, i tubi di colore usati e quelli ancora nuovi, i suoi impasti nelle tavolozze, le larghe spatole, i legni, le cornici che costruiva da solo... il suo respiro, il suo mondo.  Lui che arricchiva il tutto di dedizione e di entusiasmo e faceva volare il tempo: ho avuto la grande gioia di condividere un po’ del suo cammino artistico, lassù. Quante opere che hanno mai goduto di una mostra o anche dello sguardo di persone, che, forse, credono di conoscere Rino Sgavetta, salvo poi meravigliarsi, vedendo qualche suo dipinto o scultura esposti: è straordinaria la sua produzione! (4, 5 Rino nella sua mansarda )


Artista? È una parola grossa, abusata, certo che lui metteva il cuore in quello che faceva, e, come scrisse S. Francesco d’Assisi: “Chi lavora con le mani è un operaio, chi lavora con le mani e la testa è un artigiano, chi lavora con le mani, la testa e il cuore è un artista” (M. Bartolotti). Ho sempre detto che è mancata per lui una voce autorevole...

Un giorno, in quel sottotetto mi fece vedere una foto con un paesaggio, “Ecco, mi disse, mi hanno chiesto di copiarlo, ma io non lo sento, a me piace copiare dal vero, e dal punto di vista che mi ispira... comunque cercherò di farlo, per accontentare quella persona...”. Altra cosa che non amava era replicare i suoi dipinti, e, richieste, ne aveva avute. 

Ammiravo la sua concretezza e la sua onestà, la considerazione e il rispetto che aveva per la natura, il suo emozionarsi, meravigliarsi e stupirsi davanti alle minuzie, che valorizzava, come il recupero e la riutilizzazione degli oggetti, un modo di vivere legato al mondo contadino, dove si buttava via niente, e il tempo era prezioso. (6) 

6 L'ultimo volo del gabbiano, legno di robinia, marmo verde di Verona, 2005

Non molti anni fa lo incontrai al mercato di Fidenza incantato davanti a una bancherella di frutta. Fu contento di vedermi, mi disse che era arrivato in bicicletta (alla sua età!), ma continuava a guardare: “Che bei colori!” esclamò assorto. 

Con lui si chiude il secolo scorso, quello dei grandi Oreste Emanuelli ed Ettore Ponzi, che Rino può prendere per mano. Personalità diverse tra loro, ma che attraverso l’arte hanno espresso un comune grande amore per questa nostra terra. A loro dobbiamo infinita gratitudine.

Il sei aprile ultimo (traccia nel cellulare) mi aveva chiamato per chiacchierare un po’ con me - a Natale ero passata da lui per auguri, ma senza entrare in casa - mi voleva parlare delle sue opere recenti, con nuovi studi e prove, e, come sempre, esprimeva il desiderio di farmele vedere, e io, come sempre, promettevo di andarlo a trovare...  

Ha dipinto dal vero per tutta una vita, cosa rara oggi, e io lo ammiravo. Ora - mi disse - lascio lavorare la fantasia, ormai il vero lo porto dentro di me e mi basta uno sguardo, una foto, un’immagine vista in televisione o su un giornale, perché si fermi qualcosa davanti ai miei occhi, e senta il desiderio di fissarla sulla tela, fondendola con quello che ho interiorizzato con la mia esperienza e che porto nel profondo del cuore...  (7, 8, 9)

7 Negli scavi di Pompei, 2000

8 Effetti rustici, 1997

9 Vecchi muri e rottami, 2000

Grazie a Don Alessandro Frati, nel settembre 2018, Rino aveva avuto l’onore della visita di S. E. il Vescovo di Fidenza Mons. Ovidio Vezzoli nella sua casa. In quella circostanza, il Presule, ammirato, auspicava uno spazio adeguato, un luogo per dare luce, vita e respiro a quella grande produzione artistica (L. Sambruna). (10)

10 Rino con S. E. il Vescovo Ovidio

Anni prima, nel 2013, anche il Vescovo Emerito Mons. Carlo Mazza, aveva omaggiato Rino con un incontro molto gradito, per appoggiare la donazione della scultura “La Pietà” alla chiesa di San Giuseppe.  

Con orgoglio e tanta emozione, aveva ritirato, a Parma, il Primo Premio - su cinquantuno concorrenti! - alla Mostra di Selezione promossa dal CIAC (Centro Internazionale di Arte Contemporanea), per la XIII Edizione della Biennale Internazionale di Roma. Era l’ottobre 2019. Purtroppo la Biennale, programmata per la primavera del 2020, fu annullata per Covid. Il dipinto aveva per titolo “Il cantiere”. Avevo scritto: ecco, un cantiere è il ritratto di Rino, che non si ferma, ma continua a rielaborare... I suoi colori, sempre più brillanti e vivi, le sue larghe spatolate, il suo spessore dell’impasto, le sue tonalità calde e terrose, la sua tela che affiora, i suoi temi inconsueti... non hanno bisogno di firma... (11)

11 Il cantiere, 2019

Riprendo dal volume “Rino Sgavetta Il puro canto delle forme”, 2012, a cura di Marzio Dall’Acqua, alcune mie note biobibliografiche: 

Nasce a Castelvetro Piacentino il 23 novembre 1927 da una famiglia di contadini che si trasferisce nel parmense (Polesine e Busseto) negli anni ’40, per approdare in terra fidentina negli anni ’50. La sua vita, come quella di tanti suoi coetanei, è stata intrisa di povertà, di dura fatica, di difficoltà e privazioni. Lavora nei campi fin da ragazzo, ma sente forte il desiderio di dedicarsi alla pittura. I genitori, però, si oppongono, non vogliono che perda tempo, per cui dipinge di nascosto, di sera, in soffitta, con la lucerna a petrolio. Impasta terra e colori di fortuna (polveri di imbianchino, mattoni macinati, foglie, bacche) con resine e olio frusto da motore, che spalma con le dita su tavole di recupero, cartone o carta da pacco, prima di costruire lui stesso pennelli con il crine delle code dei cavalli o dei buoi (più fine), tagliato di nascosto. Un’esperienza che gli è rimasta dentro e lo ha sempre aiutato ad amare e valorizzare la realtà circostante come grande ricchezza, fissando sulla tela l’attimo delle piccole cose con notevole carica espressiva. 

Tra le sue prime opere vi è una Madonna col Bambino seguita dal grande ritratto di Giuseppe Verdi.  Dipinge dal vero scene di lavoro nei campi e vedute di Fidenza. Ritrae sui muri della casa colonica di Castione, dove abita, i personaggi cinematografici e i campioni di ciclismo del momento. 

Negli anni ’60 viene assunto come operaio in una Ditta appaltatrice dell’Enel. Giunto alla pensione potrà dedicarsi a tempo pieno alla sua grande passione ed esprimere liberamente “quella cosa che viene dal cuore”, così da lui stesso definita. A Fidenza vive in Via O. Palme 8, dove un giardino con sculture, realizzate con i materiali più disparati, ci introduce nel suo eterogeneo mondo.

Inizia come pittore essenzialmente autodidatta, per breve tempo disegna e dipinge con O. Emanuelli, il quale lo consiglia e lo aiuta, soprattutto convince i genitori a lasciarlo fare. Diventerà poi suo grande amico e gli sarà vicino fino agli ultimi giorni, fino a ritrarlo a carboncino sul letto di morte. (12) 

12 Ritratto di Oreste Emanuelli sul letto di morte, 1977

Ha ottenuto la “Nomina di Accademico” con medaglia d’oro, per l’attività svolta nel settore delle Arti, a Salsomaggiore, nel 1978. Ha frequentato un corso serale di figura col Gruppo Artistico Leonardo di Cremona, negli anni 1981-82.  

Rino, ha vissuto intensamente i tanti suoi anni con l’entusiasmo e il fervore di un ragazzino, è uno del secolo scorso, anzi, del millennio scorso: elemento, vecchio stampo, di una stirpe in via d’estinzione, non più rimpiazzabile, che ha vissuto impegnando al massimo, con gioia e umiltà, le proprie capacità e il tempo a disposizione.  Nella sua lunga attività, ha fatto un percorso artistico rilevante e molto personale, manifesto in una considerevole e apprezzata produzione, un patrimonio di lavori straordinari, purtroppo pressoché sconosciuto ai più. 

E’ noto come pittore di paesaggio e autore di inconfondibili ciclisti, ma anche interprete sensibile di piccole realtà e scultore. Nel tempo, ha tralasciato il disegno e l’uso del pennello, modellando a spatola (larga anche dieci centimetri), su una tela di juta a grossa trama che emerge, l’impasto di colore a olio spesso e granuloso da lui stesso composto. Nelle sue “vedute” di ampio respiro, riprese, rigorosamente dal vero, dove prevale la Valle Padana dalla Bassa fino alla collina, non compare l’uomo. Lo spazio è dilatato e l’ora del giorno si protrae all’infinito ed esalta un evento naturale, l’emozione di un momento, un’atmosfera sempre uguale, ma sempre irripetibile. Si sente il suo amore per questi luoghi. Emerge il suo animo incline alla meditazione con un desiderio di solitudine, di un senso di libertà, di silenzio e di pace. (13,14)

13 Mostra Ciclisti Autlet maggio 2010

14 Pioppi a Santa Maria del Gisolo, 1989

Ha dipinto in diverse città italiane, a Parigi e a Praga, dove ha soggiornato per due brevi periodi tra gli anni ‘80 e ’90, e anche in Spagna. Ha fatto mostre e partecipato a collettive e a concorsi, ricevendo molti premi. Apprezzato dalla stampa, gli è mancata, comunque, una critica importante, necessaria nel campo dell’arte per avere visibilità e fama. Le sue opere si trovano in collezioni pubbliche e private in Italia e all’estero. (15)

15 Passeggiata a Roses (Spagna) 1996

Alcune sue vedute sembrano astrazioni, ma non come imitazione dell’arte moderna, bensì ripensamento, nello sfacelo della società odierna, per cui solo la materia prima conta, è essenziale, può dare ancora sussulti, può avere ancora un futuro: Sgavetta si fa interprete sincero del sentire della terra da lui tanto amata, conosciuta col duro lavoro, voltata e rivoltata nei campi, materia fragile che si sente sempre più maltrattata dall’uomo, infarcita di porcherie. Ed essa fuoriesce come un magma dalla sua tela e affiora pastosa, pregna di fatica e di sacrificio, quasi con un grido di dolore, un ultimo anelito, prima di essere del tutto soffocata e sepolta sotto l’asfalto di strade e rotonde e sotto il cemento di centri commerciali e di marciapiedi tappezzati per la “movida”...  (16)

16 Autunno, il sentire della terra, 1999. Attesa 1990

Rino si trova a proprio agio all’aperto, anche nel freddo inverno, a contatto con la natura, soprattutto quella semplice ma ancora sana del mondo contadino dal quale proviene. Cosa spinge un uomo ad immergersi nella natura per carpirne tutto il fascino quando questa diventa ostile? Difficile da capire per chi ha un cuore diverso: ”Mo sta’ in ca’ ca ghè fred...sa vat a baucar...c’at ciapi dal mal (Ma resta in casa che c’è freddo, cosa vai in giro a bighellonare, che ti ammali)!” Quante volte la moglie Maria ha cercato di trattenerlo senza successo quando, con la neve, partiva con tela, cavalletto e colori!  (17) 

17 Nevicata a Montecanate, 2004

Uniche sono pure le sue nature in posa, dove elementi semplici e umili come una zucca o bucce di arance, o qualche pomodoro, diventano protagonisti di grandi tele. Rilevanti le sue barche, silenziose e vuote, ma di grande fascino, riprese di prima mattina sull’arenile.  Dipinge anche fiori e cose insignificanti ai più, come per esempio vecchi mattoni sgretolati, dando ad essi grande dignità, facendoli entrare nella storia. Pure animali, sempre dal vero, che risultano particolarmente spontanei e in movimento, di una freschezza contagiosa: sembrano uscire dal quadro. Altra cosa che ama fare ma che fa poco vedere, è la composizione materica astratta. La sua pittura che già è scultura nello spessore dell’impasto colorato, si arricchisce di inserti di legni, stoffe, metalli, filo di ferro e carta stampata. Ha usato pure il cemento. L’essenzialità che emerge dai suoi quadri è profonda e ricca di significati, ma non è frutto di improvvisazione. Nasce da una sua rielaborazione sentita e sofferta, legata ad un’onestà interiore e ad un senso religioso del creato, che si capisce meglio se si conosce l’artista che con grande carica umana e calore fissa le sue impressioni col colore. (18, 19)

18 Il gozzo a Sestri Levante, 1979

19 Omaggio a Parmigianino 2009

I suoi quadri richiedono grandi spazi per cogliere alle diverse distanze i mutamenti delle infinite tonalità di colore e una luce radente per esaltare il gioco dei rilievi.

Ama dipingere anche la figura: uomini e donne colti in un’espressione caratteristica del corpo, qualche nudo piacevole e sensuale e non volgare. Diversi e incisivi i suoi autoritratti, realizzati nel corso degli anni, dai quali emerge tutta la tenacia, la costanza e l’energia interiore che hanno contraddistinto la sua vita. 

Un discorso a parte meritano i suoi ciclisti: in gioventù ha ammirato la bicicletta come mezzo di trasporto che non si poteva permettere; nel tempo ha seguito e segue tuttora con passione le gare ciclistiche. Sempre affascinato dalla velocità, dalla “volata” del gruppo, dall’andatura del solitario, dai colori, dai suoni, dai rumori, dalle voci: tutte emozioni che fa rivivere nei “suoi” ciclisti. Un tema molto sentito dal pittore che lo ha sviscerato nel tempo, riprendendolo più volte con sempre maggior essenzialità e scioltezza, fino ad arrivare al movimento puro, a un tutt’uno dell’uomo con la bicicletta, dell’uomo con la ruota, della ruota sola. I ciclisti disegnati o appena abbozzati sulla carta (tanti e tanti, visti di fronte, di profilo, da dietro, in salita, in curva, soli, in coppia, in gruppo), o acquerellati, i più immediati, spontanei, i più prorompenti, dove sembra di sentire il fruscio delle ruote... e sono già passati! I ciclisti dipinti, dove i colori pastosi della sua tipica tavolozza prevalgono, frenando forse la corsa, ma rendendo più umano e più faticoso il correre. I più recenti, brillanti e velocissimi, risolti sapientemente con collage di vivaci stoffe decorate, su fondo colorato di tela sottile o lino che affiora, dove poche e straordinarie spatolate di colore fondono l’atleta con l’aria che attraversa. I ciclisti realizzati con i ferri, grandi, neri, rossi, arrugginiti, dove l’effetto delle ruote che si rincorrono e si sovrappongono, riesce magicamente a dare il senso di un movimento velocissimo, che quasi l’occhio non percepisce... bloccandolo (anche in un grosso sasso visibile nel suo giardino). E qui l’artista supera se stesso fondendo in un difficile equilibrio il movimento e la stasi. (20, 21)

20 Ciclisti collage di tela, 1997

21 Sculture di Ciclisti in giardino, ferro, acciaio, sasso.

Sgavetta uomo eclettico, sempre più con l’avanzare degli anni, trasforma e valorizza, con passione e rispetto, ogni materiale che gli capita tra le mani: sassi, arenarie locali, marmi, legni, radici, metalli, realizzando sculture anche di grandi dimensioni. 

Nelle sue “forme in movimento” prevalentemente in legno, si sente un’intesa di confidenza con l’elemento naturale e si intuisce il dialogo intimo che c’è stato fin dal primo incontro dell’autore con la materia stessa.  Non si riconosce più il volume originario, trasformato in fluide e armoniche torsioni. Da un tronco insignificante abbandonato, da un ceppo riemerso in una secca del Po, tira fuori l’essenza, ne scopre l’anima in tutta la sua bellezza e la propone a nuova vita.

E pensare che le sue sculture sono state realizzate tutte nella ripida discesa del suo garage, con tanta precarietà, o sotto il pioppo canadese di là dalla strada (ora tolto), mentre Maria, dalla finestra a volte lo chiamava: ”Rino! Mo’ ‘ieni in ca’, ...lasha lì ad far dal bacan... e dla po(l)var...” (Rino, vieni in casa, smettila di far baccano e della polvere!) ancora senza successo! (22, 23)

22 Mostra Orsoline 10.2009

23 Mostra Orsoline, Conchiglia, legno di quercia. Ciclisti.

Rino, sensibile ed attento agli avvenimenti della sua città, ha anche disegnato una cartolina con un “pecten su roccia”, nel 1993, per ricordare il ventennale dell’importante Museo dei Fossili locale. 

Un mazzo di bellissime rose rosse con i nomi di Gianni e Antonella copriva la sua bara. 

Con Rino, l’ultima tavolozza di colori usata; due spatole, che tanto hanno impastato, e un pennello piatto; il suo bastone, da qualche tempo compagno di viaggio; il fazzoletto di tela che portava sempre, lavato e stirato affettuosamente da Natalia; una pagina a colori della Gazzetta di domenica scorsa, l’ultima strappata, come faceva di solito, per poi inserirla nei suoi collage; una piccola scultura di materiale refrattario del caro amico Giorgio; una lettera della pittrice Betty... 

Don Mauro, nella bella omelia delle sue esequie, in San Giuseppe, ha saputo cogliere ed esprimere l’essenza dell’espressione artistica e la carica umana di Rino, come esempio cristiano. Raccontando la storia della scultura intagliata in una radice di legno d’ulivo, raffigurante “La Pietà”, donata nel 2013, ha omaggiato l’artista, come colui che sa scorgere e valorizzare quello che gli altri non vedono, e la sua generosità d’animo. 

Rino infatti, ha voluto lasciare una sua testimonianza di arte e di fede nella Chiesa dove hanno risuonato in concerto, anni prima, i violini costruiti con mirabile maestria dal fratello Pietro Remo, grande liutaio, anche lui autodidatta, deceduto giovane. (24)

24 Pietà, radice di ulivo, 2011

Credo sia giusto qui elencare anche le altre opere che il pittore ha donato. Nel 1993, tre dipinti a olio al Comune di Fidenza: “Quercia a Pellegrino”, “Nevicata a Pietranera”, “Gruppo di case a Bacedasco Alto”. Nel 2007, sei dipinti a olio all’Ospedale di Vaio: “Tornando dal mercato”, “Il vecchio boscaiolo”, “Il paziente”, “Piazza San Marco”, “Paesaggio” (dintorni di Fidenza), “Paesaggio con papaveri” (Cabriolo). Nel 2008, una grande tela al Comune di Fidenza (ora a Casa Cremonini): “Il pellegrino sulla Via Francigena”. Nel 2009, una scultura di legno alla Chiesa di Bastelli: “Invocazione”. Nel 2010, una scultura di legno ora nel Museo del Risorgimento di Fidenza: “Auschwitz” (per onorare “Il giorno della memoria”). Aveva pure donato un grande quadro eseguito insieme ai pittori Renica e Fontana per la Cappella del Cimitero di Fornio, in ricordo e in omaggio di Oreste Emanuelli, che dovrebbe essere in cattive condizioni insieme alla Cappella chiusa da tempo. (25)

25 Auschwitz, ulivo e pioppo, 2003

I quotidiani “La Provincia” di Cremona e “Libertà” di Piacenza del 2 giugno scorso nel ricordare la sua figura, hanno citato la donazione di venti dipinti al Comune di Castelvetro Piacentino, suo amato paese d’origine, nel marzo 2017. Diverse volte aveva espresso il desiderio di fare una grande donazione anche al Comune di Fidenza, quasi come riconoscenza ai luoghi dove ha vissuto ed ha potuto esprimere il suo talento, ma non aveva trovato ascolto... 

Le difficoltà di collocazione e conservazione, per chi riceve, sono tante e innegabili... ma dovremmo impegnarci di più ed essere più grati agli artisti che si privano delle loro opere, frutto di sacrificio e passione, e non solo, per donarle e renderle pubbliche. Ricordo, anni fa, quando donò il grande quadro in omaggio alla Via Francigena, gli chiesi: “Non le dispiace privarsene?” lui con un sospiro mi rispose: “Eh... è un figlio!”

Ora riposa insieme alla moglie Maria e al fratello Remo nel cimitero urbano, ma continuerà a vivere nelle sue tele e nelle sue sculture, e nel cuore di chi gli ha voluto bene.

Fidenza 03.06.2021                                                 Mirella Capretti


1 commento:

  1. Grazie Mirella, per questo ritratto così vero e affettuoso di questo artista. Attraverso le tue parole sono riuscita ad immaginare l'opera di questo grande artista.

    RispondiElimina