mercoledì 1 dicembre 2021

Il profumo francescano nelle terre del Po


Nelle terre del Po risplende e si dipana, da molti anni, il profumo del carisma francescano. Questo grazie a chi, nel tempo, nei secoli e quindi, nella storia ha scelto di percorrere un cammino di vita all’insegna dell’umiltà, della povertà e della semplicità, nella preghiera e nell’amore verso il prossimo. 
Figure speciali che, nel corso della loro vita, hanno saputo mettere a germoglio il seme prezioso della bontà, della pace e del bene. Proprio secondo quel motto “Pax et Bonum” (Pace e Bene) che, da sempre, caratterizza i francescani, in tutto il mondo. Un motto, e quindi uno stile di vita, di cui oggi, più che mai, si avverte un bisogno impellente: materiale e spirituale. 

Tra le figure più eminenti, in questo mese di dicembre, merita una menzione particolare il venerabile Servo di Dio Lorenzo da Zibello, cappuccino, di cui il prossimo 13 dicembre ricorre il 240esimo anniversario della nascita al Cielo. 
Al secolo Giovanni Gambara, nacque a Zibello il 14 ottobre 1695 e, in lui, la vocazione religiosa fiorì fin dalla più tenera età. 
Tra gli episodi salienti quello riguardante una cugina che, nel fiore degli anni, volse le spalle al mondo per rinchiudersi nel convento di Santa Chiara in Busseto. In quel momento riuscì a intravedere la chiamata di Dio e il 15 agosto 1716, solennità dell’Assunta, a soli 21 anni vestì l’abito dei novizi nel monastero di Carpi, assumendo il nome di Lorenzo. 
Già allora uno dei suoi maestri, padre Bernardino da Parma, scrisse di aver notato nell’allievo singolari doti di pietà, ubbidienza e mortificazione additandolo anche ad esempio non solo per gli altri novizi ma anche per i religiosi provetti. Dopo un anno fu ammesso alla professione solenne e da allora si attenne scrupolosamente a un cammino improntato alla semplicità evangelica, alla preghiera, alla penitenza in totale dedizione a Dio. 

Dopo Carpi, fu il convento di Monticelli d’Ongina la sua destinazione dove ebbe mansioni di sagrista e dove proseguì gli studi delle scienze teologiche e filosofiche. A Monticelli d’Ongina restò tre anni ricevendo gli ordini minori, mentre in cattedrale a Fidenza fu ordinato suddiacono prima e diacono poi. 
Il 13 marzo 1723, a Busseto, venne ordinato sacerdote dal vescovo monsignor Gherardo Zandemaria e, da novello sacerdote, fu inviato a Guastalla dove trascorse 53 anni di vita, sagrista della chiesa del convento presso il cimitero.


In lui rifulsero sempre chiare virtù cristiane che esercitò per tutta la sua esistenza, distinguendosi per umiltà, povertà, castità ed ubbidienza e, soprattutto, suprema penitenza. Ebbe sempre un misterioso timore della scienza, tant’è che è nota la sua dichiarazione “non voglio sapere”. 
Della sapienza di Dio che è spirito di intelletto e di fortezza, di prudenza, consiglio e pietà ne aveva a sufficienza per tenere alti la testa ed il cuore, pronunciando di conseguenza la sua parola e portando sempre con sé il Vangelo e la Regola. Semplice e giusto, le sue parole spargevano pace e bontà, ponevano l’ordine nel disordine, la pace nella discordia, facendo sempre fiorire una speranza dove vi era la desolazione.

Proprio a Guastalla ebbe origine e si diffuse con rapidità la fama della sua santità. A lui, martire oscuro del silenzio e della rinuncia, fatto custode geloso di Dio e delle cose sue, le persone iniziarono, numerose, a rivolgersi per avere benedizioni, consigli e preghiere. Grazie singolari sono attribuite alla sua intercessione. 
In particolare sono passate alla storia le prodigiose guarigioni di Felicita Allari di Gualtieri e della contessina Elena Rados di Guastalla, entrambe affette da una forma grave di tisi che dai medici era stata giudicata inguaribile. 
Inoltre, nel 1780, quando una piena del Po minacciava da giorni la città e le acque avevano già inondato le campagne con la loro furia devastatrice, la popolazione disperata irruppe nel convento, prelevò l’anziano cappuccino e lo portò sugli argini a benedire le acque, che miracolosamente si abbassarono.

Anche dopo la sua morte, avvenuta il 13 dicembre 1781 nel convento di Guastalla, i miracoli si ripeterono in gran numero tra coloro che accorsero a venerare le venerate spoglie. Unitamente alla tradizione popolare circa la santità del cappuccino, questi fatti portarono la suprema autorità ecclesiastica ad avviare la causa di beatificazione. 
Nel 1876 iniziò il processo di beatificazione che nel 1894, a conclusione del processo apostolico, gli conferì il titolo di Venerabile. Inizialmente la salma del venerabile fu inumata nella chiesa dei cappuccini a Gustalla e nel 1920 fu quindi traslata nella cattedrale della stessa città, in un artistico sarcofago marmoreo dove tuttora riposa. 


A 240 anni dalla nascita al Cielo, il ricordo del venerabile Lorenzo da Zibello è ancora vivo tanto nel suo paese natale (dove da tempo gli sono anche dedicati una strada dedicata e un quadro in chiesa parrocchiale)

Tra gli illustri “figli” francescani delle terre del medio Po, spicca anche un altro venerabile: padre Daniele da Torricella (Dario Coppini), pure lui cappuccino, nato a Torricella di Sissa Trecasali il primo settembre 1867, da Adolfo Coppini ed Ernestina Pecchioli. 
Primo di otto figli, vestì il saio cappuccino il 9 gennaio 1897 e fece la professione solenne il 14 aprile 1901 per poi essere ordinato sacerdote nel 1903. Trascorse tutta la sua esistenza al capezzale dei malati negli ospedali di Piacenza, Modena e Reggio Emilia. La sua straordinaria opera di assistenza ai sofferenti aveva qualcosa di commovente. 
La sua giornata era un intrecciarsi continuo di tanti piccoli atti di inesauribile bontà, tanto da divenire l’uomo di tutti. Passava di giorno e di notte per le corsie sempre con lo stesso sorriso, interessandosi ai bisogni di ciascuno. Era un apostolo prezioso non solo dei malati ma anche del confessionale (oltre che maestro dei novizi e direttore spirituale degli studenti cappuccini) e, nel 1930, fu fondatore della congregazione delle Suore Missionarie Francescane del Verbo Incarnato insieme a madre Giovanna Francesca Ferrari, a sua volta venerabile. 
Morì in concetto di santità il 10 dicembre 1945, a pochi mesi dalla fine del secondo conflitto bellico. La santità di padre Daniele emerge anche dai suoi scritti, in uno dei quali così delinea la carità: 
“Avere carità vuol dire sacrificare le proprie vedute, i propri giudizi, le proprie ragioni; rispondere senza asprezza; sopportare con pazienza le altrui esigenze, le offese e i rimproveri; sapersi accomodare alle debolezze di tutti, ascoltando senza noia o almeno senza dimostrarla, i racconti che non ci interessano; non irritarsi per un’opinione contraria alla nostra; non sostenerla con calore e ostinazione. Come il fiore attira l’ape, così la carità dolce, affabile, attira gli umili, i poveri, gli afflitti, tutti quelli che Gesù prediligeva”. 
A 11 anni dalla morte venne avviato il processo canonico di beatificazione e il 2 aprile 1993 ne è stata riconosciuta l’eroicità delle virtù, che gli ha meritato il titolo di venerabile.

Infine, altra significativa figura francescana delle terre del Po, è quella di padre Tarcisio Benvegnù, frate minore francescano, originario di Monticelli d’Ongina. Nacque nel 1911 (ricorre quindi il cento decimo anno della nascita) e morì nel 1969. Trascorse ben 25 anni da missionario in Cina, proprio nel periodo in cui era al potere nientemeno che Mao Tse-Tung. Padre Tarcisio fu il primo, con l’aiuto di un apposito team, a tradurre la Sacra Bibbia in cinese. Tuttora parecchi suoi familiari vivono tra le province di Cremona e di Piacenza e, pochi anni fa, è stato ricordato a Fogarole (frazione di Monticelli d’Ongina), dove visse per diversi anni e dove celebrò, il 22 luglio 1934, la sua prima messa. Nella chiesa di Fogarole in quella occasione è stata posta una lapide in cui si legge: 
“A ricordo della prima santa messa celebrata a Fogarole il 22 luglio 1934, dove abitò per diversi anni padre Tarcisio Benvegnù, sacerdote zelante di cultura enciclopedica, missionario per 25 anni in Cina, traduttore della Sacra Bibbia in lingua cinese”.
Tre importanti e profonde figure francescane, “figli” delle terre del Po, che hanno fatto dell’umiltà, della semplicità e della fede, nel solco profondo della povertà, il loro stile di vita e, soprattutto, la loro missione. 
Figure da non dimenticare, da rivalutare e da valorizzare, anche in vista di due importanti appuntamenti: quello del Giubileo del 2025 e quello dell’ottavo centenario della nascita al Cielo di San Francesco d’Assisi, patrono d’Italia (anniversario che ricorrerà nel 2026) e simbolo mondiale di quei valori di pace, fratellanza ed ecumenismo fra i popoli dei quali padre Lorenzo, padre Daniele e padre Tarcisio sono stati testimoni zelanti e coraggiosi.

3 commenti:

  1. Grazie Paolo, mi ha fatto piacere conoscere la storia di questi Tre uomini nati nella nostra bassa, terra umile, e non priva di grandi uomini.
    l'Anonimo di Borgo

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  2. Mirella Capretti1 dicembre 2021 15:45

    Un grazie particolare a Paolo, eremita colto del Grande Fiume, sempre attento, nei vari anniversari, a far conoscere e valorizzare personaggi che hanno lasciato una traccia indelebile nella nostra terra e ora quasi dimenticati (anche della Diocesi fidentina, come da articoli in Gazzetta), ricordandoli nelle loro peculiarità con sensibilità e passione.

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  3. Il primo ad incontrare un non-Cristiano, armato solo della sua fede, fu proprio San Francesco. Andò al campo del sultano d’Egitto Al Malik Al Kamil a parlargli della Fede in Cristo, nel 1219, a Damietta. Il sultanò lo ascoltò con interesse e poi llo rimandò incolume nel campo dei Crociati. Erano proprio altri tempi.

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