martedì 28 giugno 2016

Oriola: "Una festa di ballo finita tragicamente e sacrilegamente"

Oriola - Via Vito Aimi (vecchio percorso)
Oggi il quartiere Oriola è una fascia di territorio urbano lungo due vie parallele, Via Mentana e Via Ponteromano, cucite alla centrale Via Cavour da Via Vito Aimi. Sino al 1930 in realtà l'Oriola aveva una estensione ben maggiore, partendo dalla Rocca arrivava alla Porta di san Donnino comprendendo di fatto anche l'area oggi battezzata Piazza Grandi.


A descrivere il carattere degli abitanti di questo quartiere privo di riferimenti storici importanti può aiutarci la cronaca. 
Limitatamente alla cronaca del '900 non c'è tanto da aggiungere a quanto scritto da Vittorio Chiapponi nel suo libro "Buragh du", della serie Quaderni Fidentini, dove ha appunto magistralmente tratteggiato l'Oriola del secolo passato. 
Noi pubblichiamo invece questo racconto che, riprendendo una vecchia cronaca del XVI secolo, apparso nel 1927 sul periodico diocesano. 
I portici Via Croce Rossa (ex) in una 
ricostruzione pittorica di Ettore Ponzi  
Una festa di ballo finita tragicamente e sacrilegamente

Prego di notar subito, che non si tratta di una fattaccio dei nostri giorni, bensì di oltre tre secoli fa, dal quale si capisce che anche allora si amasse organizzare feste da ballo. 
Ma erano più rare che attualmente e non vi figuravano i balli esotici ossia selvaggi degli odierni festivals. 
Nondimeno anche in quei tempi i balli avevano, presso a poco, gli stessi strascichi, annessi e connessi immorali … che essi hanno tuttora.
Infatti il Pincolini ci narra che il 6 febbraio 1595 fu organizzata nel cosiddetto quartiere d'Oriola una festa plebea danzante, in cui volle entrare per forza un soldato. 
La presenza di costui suscitò subito nei ballerini, non sappiamo se anche nelle ballerine …, perché il cronista non lo dice, un certo malumore che scoppiò dapprima in vivissime proteste seguite poi da uno scambio di coltellate che causarono la morte di uno dei Micari. 
Indescrivibile il putiferio che ne nacque, volendosi linciare il soldato. 
Costui però, odorato in tempo il vento infido, riuscì ad eclissarsi, cercando rifugio presso i Padri Cappuccini. L'inseguirono inferociti “i plebei d'Oriola”, reclamando dai Frati il milite ospitato.
I Cappuccini si rifiutarono di consegnarlo, per cui i plebei, urlando, cominciarono a far irruenza contro la porta della chiesa, risoluti d'entrarvi. Essendo alfine riusciti a rompere la porta, entrarono.
Il Pincolini continua a raccontarci che i plebei “inorridirono, sì, ma non inorbirono, come pretese la semplicità di quel Padre Guardiano, il quale vestitosi coi sacri arredi, assistito da luminari levò dal Sancta Sanctorum il Venerabile Sacramento e andò loro incontro, come Santa Chiara andò incontro ai Saraceni, scomunicandoli e maledicendoli”.
Ma i “plebei”, peggiori dei Saraceni, anziché indietreggiare si misero a frugare in ogni angolo e trovato il soldato, lo trascinarono alle carceri.
Però l'atto sacrilego compiuto dai “plebei d'Oriola” obbligò la comunità a denunciarlo al Duca spedendo a tale scopo a Parma Lancillotto Pinchellini e Damiano Gallinari i quali pregarono il sovrano a far catturare e bandire gli autori del sacrilego fattaccio.

Da "Il Risveglio"
Novembre 1927

1 commento:

  1. Gli Oriolani sono sempre stati sornioni, ma nello stesso tempo, indòmiti. Ricordiamoci del Forte di Macallè, nome che si diedero gli abitanti stessi del quartiere, dopo aver respinto le squadre fasciste che vi erano penetrate.

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