domenica 28 aprile 2013

La forza del dialetto: "papié, di perle dialettali con sensi traslati e modi di dire"



Le due serate  che Claretta Ferrarini ci ha regalato per introdurci al patrimonio dialettale borghigiano sono state quel che di meglio si potesse sperare. Vai ad un incontro pensando di saperne abbastanza, ne esci con la convinzione di essere ancora sulla soglia di un mondo che non pensavi fosse così ricco. 

Ma Claretta all'antivigilia del suo compleanno ci regala alcune perle in cui l'espressione dialettale è approfondita come non mai è mi è stato dato di conoscere. Latino classico e medievale, lingue prelatine e espressioni ottocentesche sono poste al nostro servizio per comprendere il nostro dialetto.
Presento alcune espressioni dialettali insieme ad alcune immagini di Borgo San Donnino così come l'ha disegnato o dipinto Ettore Ponzi, borghigiano non solo di nascita.


"Papié, di perle dialettali con sensi traslati e modi di dire"
di Claretta Ferrarini

Sum a la fen äd la cävdagna = sono alla fine della vita; sono vecchio; stò per morire. Dal s. f. capezzana= strada in terra battuta alle estremità di un campo, dove l’aratro incomincia o termina il solco. Trovo “cavedagna” usata dal Pascoli; capitagna. V. di molti dialetti settentrionali con piccole varianti. Lat. medioev. “cavedagnum”; lat. volg. “capitanea”; lat. tardo “capitaneus” VI sec. (Cassiodoro) = che sta al principio del verso; capoverso; testata. Da “capitium, a sua volta da “caput, capitis” = testa.

Ändèr a cùbi = andare a letto; andare per giacere in un rapporto sessuale.
Levra a cùbi = lepre acquattata nel suo giaciglio. Quest’ultima espressione fa capire l’esattezza del dialetto, infatti la lepre s’accuccia sopra un giaciglio d’erba, dunque anche in Italiano non si dovrebbe mai dire “la tana della lepre”, ma il giaciglio. Trovo “cubare” XIV sec. = giacere, riposare. V. dotta lat. “cuba_re” da cui viene “covare” = il giacere della gallina sulle uova. Nel lat. dotto il giaciglio era “cubile -is”, ricco di derivati tra i quali “cubicularius” il mestiere che faceva il nostro patrono San Donnino. Egli era il custode della camera da letto dell’imperatore Massimiano, ove si trovava la corona ed aveva il compito di posare detta corona, sulla testa del sovrano. A mio avviso, sbaglia il Malerba che fa derivare il suo “gubi” (così pare si dica nel triangolo dei tre comuni di Berceto, Solignano e Valmozzola, che lo scrittore prende in esame) dal celt. “golb” = scavare. Lo studioso si fà fuorviare dalla “g”, che è solo una metatesi. Carlo Porta (Mil.) usa “cobbi”.

L’é tanme ändèr par del caräri cum i tâch = similitudine = è come camminare per strade carraie con ai piedi scarpe col tacco. Cioè, la cosa, risulta di difficile esecuzione. Carära = s. f strada per i carri. In dialetto non esiste come aggettivo = che dà accesso ai carri, come: porta carraia, passo carraio.

Rämpighèr sö pr un grindén = arrancare per raggiungere la cima di un calanco. Faticare. Il calanco è una piccola altura di terra argillosa e alcalòide, senza vegetazione, ben conosciuta ai cacciatori che vi trovano numerose pernici. Trasl. ad altura arida di vegetazione, anche se non proprio argillosa. Se ne trovano nella zona compresa tra Costamezzana, Pieve Cusignano, Siccomonte. La spiegazione e l’etimo sarebbero troppo lunghi e noiosi per una Domenica che ci sta promettendo un pò di sole.


Scarüghèr intèl fiss = muovere del torbidume al solo scopo di fare polemica. Da “fiss” s. m. e agg. = denso, torbido. In questo caso si discosta dall’agg. fitto, numeroso, folto, fisso/fissato. Raccomando la doppia “ss” che denuncia il suono breve della “i”. Nel sign. di “fitto” lo trovo solo nel sett. a partire dal XX sec. Non volio dilungarmi oltre. Lat. “fixum” part. di “fi_gere” = fissare.

Färäs guardèr in säcòssa = farsi riconoscere come avari.

Fèr däšlighèr i cävâj = fare arrabbiare una persona.

Stèr ädòss ‘me ‘n pältò/’me ‘na cänuttiera = opprimere una persona o anche solo stuzzicarla continuamente.

Pütòst che cédar, limón = il gioco di parole sta nel verbo “cédar” simile al s.m. “cêdar” che, però come vedete, ha una “e” più lunga. Si dice a persona accanita nell’insistere.

Trärla in täšar: saper tacere per non aizzare, anche se avresti voglia di parlare ancora.


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