sabato 3 novembre 2018

Dai “martiri” del LOMBARDO-VENETO ... allo stradario fidentino


Dai “martiri” del LOMBARDO-VENETO
... allo stradario fidentino

Guerra, eroi e martiri...un passato da non dimenticare.
Ogni celebrazione ha valore se segna un passo avanti nella conoscenza, se induce una riflessione che giovi a renderci migliori e senza dubbio ritengo che la Storia, qualsiasi strada abbia percorso, ha da insegnare alle persone di buona volontà.
La conclusione della “Prima Guerra Mondiale” con la sconfitta dell'Austria chiudeva per l'Italia il periodo del Risorgimento, in particolare la questione del Lombardo- Veneto.



Nel numero 48 della Domenica del Corriere, 17-24 novembre 1918. così si legge nella didascalia di alcune immagini: I martiri che aspettavano. Vi sono infatti riportati  i volti di coloro che con la loro vita pagarono il loro ideale di libertà, ma soprattutto di indipendenza dall'Austria.


Tra i primi a cadere furono “i martiri di Belfiore”, così ricordati dal luogo presso Mantova  in cui furono giustiziati.
Quasi tutti coinvolti nei fatti del 1848, in cui si erano distinti, avevano continuato anche dopo a perseguire gli ideali mazziniani. Mantova era una delle quattro roccheforti del Quadrilatero insieme a Peschiera, Verona e Legnago, la pressione dell'esercito austriaco era forte, gli arresti erano continui, spesso grazie a delazioni di conoscenti, ad un certo punto erano talmente numerosi che il Castello di San Giorgio non bastava ad accogliere i patrioti in attesa di processo, che furono distribuiti in alcune caserme.
Il primo martire fu don Giovanni Grioli che subì l'impiccagione il 5 novembre 1851 nella valletta di Belfiore.
Seguirono altri arresti, il giudizio finale di vita o di morte spettava al governatore generale Radetzky, che firmò una sentenza di pena capitale, letta ai condannati il 4 dicembre 1852 ed eseguita il 7 dello stesso mese,  per Giovanni Zambelli, Angelo Scarsellini, don Enrico Tazzoli, Bernardo de Canal e Carlo Poma.
Nel Castello una schiera numerosissima di patrioti attendeva il giudizio del consiglio che il 13 febbraio 1853 emanò una sentenza di morte per altri tre arrestati: Carlo Montanari, Tito Speri, don Bartolomeo Grazioli. Saranno seguiti sulla forca da Pietro Frattini il 19 marzo 1853, sentenza eseguita nonostante quel giorno fosse proclamata la cosiddetta “clemenza imperiale” che ordinava il perdono per tutti i prigionieri politici e i muri della città ne portassero gli avvisi.
Ancora non era finita: in carcere ormai da tanti mesi si trovava Pietro Fortunato Calvi che il 4 luglio 1855 venne impiccato al nuovo “modello” di forca, già utilizzato per gli altri.
Le autorità austriache vietarono la sepoltura di questi martiri in terra consacrata. I loro corpi furono ritrovati solo per caso durante scavi per il rafforzamento di contrafforti e trasferiti segretamente di notte in una chiesa cittadina. Hanno ora degna collocazione nel Famedio di San Sebastiano, tempio eretto dal 1460 su disegno del grande architetto Leon Battista Alberti (1404-1472).

Nello stradario di Fidenza vengono ricordati Carlo Poma e Tito Speri.

Carlo Poma era nato a Mantova il 7 dicembre 1823, proprio il giorno in cui 29 anni dopo subirà il martirio. Il padre era consigliere di tribunale e condivideva con la moglie l'amore per la cultura, la carità, la famiglia e la Patria. La morte del padre lasciò Carlo orfano a tredici anni e sarà la madre a seguire il figlio fino alla laurea in medicina presso l'Università di Pavia. Assunto all' ospedale di Mantova mostrò la sua capacità di accoglienza verso i poveri e i bisognosi. In attesa dell'esecuzione così si espresse: Il mio programma è ancora vero e resta saldo. Imperocché altra cosa è che si combatta in campo aperto ed altra che vadano per la città degli emissari per pugnalare questo e quello...Egli infatti aveva ignorato l'ordine impartito di pugnalare durante le feste di carnevale un personaggio della città.

Tito Speri nacque il 2 agosto 1825 a Brescia. Il padre era un vecchio soldato napoleonico che raccontava spesso le sue avventure di guerra. Erano racconti di soprusi, di perquisizioni, di arresti e fucilazioni che alimentavano l'amore per la Patria e il desiderio di respingere lo straniero. Fu combattente nel '48 e tra gli organizzatori dell'insurrezione di Brescia nel '49. Si dice che per rispetto ai due compagni che con lui sarebbero stati impiccati, egli abbia chiesto di essere l'ultimo.

Gli altri “martiri” inseriti nella stessa pagina sono legati all'Irredentismo delle terre che a fine '800 ancora si trovavano sotto il dominio austriaco e che in termini un po'semplicistici vengono citate con i loro capoluoghi: Trento e Trieste.

Anche a questi Fidenza ha intitolato tre vie cittadine e un largo.

Fabio Filzi nacque a Pisino d'Istria nel 1884, in territorio sottomesso all'Austria. Con il trasferimento del padre insegnante di filologia classica nei licei, la famiglia ritornò a Rovereto da cui proveniva. Dopo il diploma il giovane entrò nei primi anni del 1900 in contatto con i movimenti irredentisti e conobbe Cesare Battisti. Per alcune sue azioni fu bollato come “politicamente sospetto”. Laureato in giurisprudenza presso l'università di Graz esercitò l'avvocatura a Rovereto.
Alla dichiarazione di guerra disertò l'esercito austro-ungarico per arruolarsi come volontario per l'Italia nel Battaglione Vicenza. Fatto prigioniero il 10 luglio 1916 con Cesare Battisti di cui era subalterno, venne riconosciuto, processato e condannato a morte per alto tradimento.
Secondo il trattamento riservato ai disertori, fu impiccato il 12 luglio 1916 nel Castello del Buon Consiglio di Trento.
Il 2 gennaio 1919 gli fu conferita la Medaglia d'oro al valor militare.

Giuseppe Cesare Battisti nacque a Trento nel 1875 da Cesare, commerciante, e dalla nobildonna Maria Teresa Fogolari.  Dopo il Liceo Classico si iscrisse alla Facoltà di Giursprudenza di Graz che abbandonò per seguire gli studi umanistici prima a Firenze e poi a Torino, dove si avvicinò ai primi fermenti socialisti. Tornato a Graz nel 1895 cominciò ad essere nel mirino dell'Austria e fu processato per aver violato la legge sulle Associazioni.
Gli studi proseguivano e si laureò a Firenze a pieni voti con una tesi di geografia fisica ed antropica del Trentino. Nel frattempo si sposò con Ernesta Bittanti Battisti (1871-1957).
Si avvicinò ai movimenti irredentisti ed anche a causa del rigore austriaco nel concedere cattedre ai laureati in Italia, rinunciò all'insegnamento e rilevò una tipografia a Trento in cui cominciò a stampare un giornale socialista e opere di geografia. L'11 agosto 1914 abbandonò Trento per trasferirsi in Italia seguito dalla moglie e dai tre figli.
Fervente interventista, alla dichiarazione di guerra si arruolò volontario nel Battaglione Alpini Edolo. Durante uno scontro fu riconosciuto con Filzi e tradotto a Trento, 12 luglio 1916, per essere processato e condannato a morte con impiccagione.
2 gennaio 1919 -Medaglia d'oro al valor militare
20 novembre 1916- Medaglia d'argento al valor militare
21 agosto 1915- Medaglia di bronzo al valor militare

Damiano Chiesa nacque a Rovereto nel 1894. Fin da piccolo si rifiutava di ritenersi austriaco e detestava la lingua tedesca. Dopo aver conseguito la maturità liceale decise che non avrebbe più parlato quella lingua  e che avrebbe continuato gli studi in Italia , si iscrisse pertanto al Politecnico di Torino. Da fervente irredentista il 28 maggio 1915 si arruolò nell'esercito italiano, VI Reggimento Atiglieria da Fortezza. Durante un'azione  fu fatto prigioniero. Riconosciuto da alcuni suoi concittadini, fu processato per alto tradimento, ma non avendo mai fatto parte dell'esercito austriaco non fu ritenuto disertore. Per questo , condannato a morte , fu fucilato il 19 maggio 1916. 
Medaglia d'oro al valor militare alla memoria.

Nazario Sauro nacque a Capodistria nel 1880, in terra quindi di dominazione austriaca. I genitori erano di origine romana, il padre era un marittimo. Il giovane mostrò presto di preferire il mare agli studi per cui il genitore decise di portarlo con sé a bordo delle navi. Divenuto capitano marittimo fu al comando di piroscafi passeggeri e da carico.
Era di fede democratica e repubblicana e auspicava, secondo l'idea mazziniana, un' Europa di nazioni libere e indipendenti, aveva inoltre la visione di unità d'Italia che comprendesse anche le terre d'Istria e della Dalmazia. Egli continuava, nonostante gli ordini, ad imbarcare solo marittimi italiani finchè le autorità austriache nel maggio 1914 lo fecero dimettere.  Con la dichiarazione italiana di guerra egli si arruolò nella Regia Marina. Durante una missione fu intercettato e fatto prigioniero. Processato a Pola il 10 agosto 1916, fu condannato alla pena di morte per alto tradimento tramite impiccagione. Il suo corpo fu sotterrato di notte, in maniera segreta e in area sconsacrata.
Medaglia d'oro al valor militare -decreto dello stesso re Vittorio Emanuele III del 20 gennaio 1919.
Marisa Guidorzi







6 commenti:

  1. Particolarmente umiliante, volutamente, fu la fine di Cesare Battisti, portato in abbigliamento mortificante, su una carretta, al patibolo, tra sputi ed insulti. Là, un perverso boia asburgico, nonostante la corda si fosse spezzata, si guardò bene dal risparmiarlo, rifece il nodo, gli si aggrappò alle gambe e gli torse lentamente il collo. Poi, un bel gruppo di crucchi, antenati degli odierni che dichiarano che "Sud-Tirol ist nicht Italien", si fecero fotografare accanto al morto, sghignazzanti. E su un sentiero di montagna del Trentino, una lapide che ricorda Battisti, è continuamente vandalizzata, dai nipotini dei suddetti.

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  2. Purtroppo, Prof. Bifani, è proprio così.

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  3. Marisa Guidorzi7 novembre 2018 14:27

    I libri di storia raccontano i fatti, le biografie ricostruiscono i profili dei personaggi, ma a volte viene da chiedersi se sia sempre "vera Storia". Ero giovane e ho cominciato presto a conoscere il Trentino in cui vivevano anziani che quaranta o cinquanta anni prima avevano vissuto sulla loro pelle la Grande Guerra e ho potuto constatare che non sempre le loro opinioni coincidevano con quanto mi veniva insegnato sui libri. In particolare ricordo una signora ottantenne che espresse pareri poco lusinghieri sull' operato di Cesare Battisti, non sui suoi ideali, piuttosto sulle sue azioni.

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    1. A Riva di Trento, parecchi anziani mi confidarono che, per loro, si stava meglio sotto gli Asburgo, quando c’erano ordine e disciplina. E a Trieste, sempre alcuni anziani, rimpiangevano gli austriaci, quando la città era un fiorente porto trafficatissimo, da e per l’Austria. Però, visto da uno come me, nato nel 1945, gli austriaci non mi sono mai stati molto simpatici, in genere, sono ancor più altezzosi del tedeschi di Germania.

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  4. Non per essere polemico e nemmeno per il semoplice gusto di apparire nei "commenti", ma mi pare che il quadro dipinto circa la morte di Cesare Battisti - un italiano che credeva nella Patria - si possa adattare anche a Piazzale Loreto, dove a sghignazzare non erano i crucchi, ma gli italiani che - caso mai - sino a poco tempo prima cantavano Giovinezza !

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    1. Non credo proprio che Battisti abbia fatto soffrire ai crucchi impiccatori di italiani da decenni quello cui Mussolini ha sottoposto gli italiani per più di 20 anni, con più di 600mila morti in una guerra inutile. Che ne dice, Nino Secchi?

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