mercoledì 10 aprile 2019

Don Ferdinando Moglia nel ricordo di Mirella Capretti


Ricordo di Don Ferdinando Moglia.

Percorrevo lo stesso tratto della Via Emilia tutti i giorni per andare a scuola, e davanti alla Chiesa di Parola, come molti altri automobilisti, rallentavo per leggere la frase nella bacheca di Don Nando.

Non era solo curiosità. Attiravano quelle poche e stringate parole messe insieme volutamente con un significato: a volte enigmatico, a volte disarmante, a volte apparentemente facile, che comunque faceva pensare e riflettere.

Ne ho ricopiate alcune:

“Semaforo rosso: ci sta un’Ave Maria”,
“Gesù, in che pasticcio ti sei messo! (25 dicembre)”,
“Virtù d’occasione, inglese di Totò”,
“La moda ti mette in serie”,
“Miti inutili trastullano il tuo vuoto”,
“Preti: lucerne nel mistero”,
“Pilato, non ti servono asciugamani?”,
“Fede, bastone da viaggio, non amaca”,
“Sii un’oasi, incanterai il deserto”,
“Dalla lettiga la fretta vede la calma che va”,
“La gallina lo dice a tutti”,
“Oggi, chi farò contento?”,
“Guidi come un rimorchio”,
“Il peccato ha cambiato nome”,
“Referenze: risorto dai morti (Pasqua),
“Centellina il tempo, non trangugiarlo”,
“La statura non ha tacchi”,
e potrei continuare ancora per molto… anche se non è ideale leggerle tutte insieme…

Riuscii a fermarmi, un giorno in cui tornavo presto, volevo conoscere l’autore di quelle scritte.

Mi aprì la porta un tipo alto, asciutto, con l’abito talare, severo, che mi fece soggezione; ormai ero lì e anche se ad un tratto mi sembrava banale il motivo, non potevo più tirarmi indietro. Mi presentai e quando dissi che ero interessata alla sua bacheca s’illuminò, invitandomi a entrare.
Anche l’ambiente era severo, poca luce, poche cose… ricordo un vecchio orologio a pendolo, un tavolone pieno di libri e fogli di appunti su cui posava lo sguardo una testina dolcissima di Madonna (di legno intagliato di Ortisei), il ciclostile tra le due finestre, un archivio e una pianta di ficus nell’angolo.
Capii in quell’incontro di essere di fronte a un uomo di grande fede con un animo poetico nascosto sotto un aspetto burbero, che cercava anche in questo modo di risvegliare le coscienze dei suoi parrocchiani, e dei passanti, nella vita di tutti i giorni. Umile, però, non si vantava certo del successo della sua idea, che fu anche imitata. 
Qualche anno più tardi, solo con lo scopo di fare un po’ di beneficenza, lasciò pubblicare alcune sue frasi nell’opuscoletto La bacheca di Parola.
Capii anche che non era facile parlare con lui, le sue affermazioni scuotevano la mente e mettevano in guardia dal “qualunquismo” di chi, lasciandosi “trasportare dalla corrente” diventava “anonimo”…
Quella volta mi raccontò di quel camionista di Torino, pure lui attratto dalla bacheca, vista un giorno percorrendo a passo d’uomo la Via Emilia, intasata di mezzi, in direzione Parma. La chiusura dell’Autostrada dei Sole per incidente l’aveva costretto a uscire al casello di Fidenza. L’uomo ritornò sul luogo in un tempo successivo e fermò il suo camion per conoscerlo. Da allora quando faceva lo stesso tragitto, usciva a Fidenza per leggere la frase della bacheca, fermandosi se poteva, e rientrava in autostrada a Pontetaro!
Dopo un po’ arrivò una delle sorelle, con mia sorpresa, portando un vassoio di dolci; ma si eclissò subito.
Me ne andai con l’intento, disatteso, di fermarmi ancora in futuro…
Per le festività successive a quel primo incontro, gli spedii un mio biglietto, ricevetti una bella lettera. Da allora continuò la nostra corrispondenza, ma più spesso le sue erano liriche profonde legate all’immagine che io mandavo, o a qualche frase che avevo scritto. Conservo affettuosamente tutte quelle carte.
Dipinto: S. Antonio di Padova in adorazione del Bambino Gesù, 1778, olio su tela, cm. 205 x 93,5 (con cornice). Parola, Santuario della Beata Vergine delle Grazie.
Ebbi bisogno, nell’estate 2007, di andare nella sua chiesa col fotografo Pino (Giuseppe F.) per riprendere il quadro di S. Antonio di Padova in adorazione del Bambino Gesù di Dal Verme, da pubblicare nella monografia sul pittore fidentino di Angela Leandri. 


Disegno: S. Antonio di Padova in adorazione del Bambino Gesù, inchiostro nero a penna e acquerello grigio, quadrettatura a matita, mm. 250 x 115. In basso a sx: "A Dal Verme inv. pin. delin."; Biblioteca Palatina di Parma, Manoscritto Parmense 3709, f.7.
La studiosa aveva trovato il disegno preparatorio a penna, autografo, nella Biblioteca Palatina di Parma, e per prima, avendolo collegato col dipinto diede la giusta e sicura attribuzione.  Fotografammo pure alcune Stazioni della Via Crucis che sono dello stesso pittore, ma terminate da altri. 
Il volume faceva parte di una trilogia che concludeva il progetto triennale “L’abate Zani e il suo tempo” (Carlo Angelo Ambrogio Dal Verme era contemporaneo e amico dell’Abate), da me proposto e realizzato dall’Assessorato alla Cultura del Comune di Fidenza in collaborazione con l’Associazione “Le vie del sale”.
Don Nando era felicissimo di questo nuovo e inaspettato interesse per i dipinti, che riportava l’attenzione sulla sua bella chiesa. Così quando giorni dopo mi ripresentai per prendere le misure precise dei quadri da riferire a Pino, corse subito a prendere la scala, lunghissima e piena di polvere infilata nel vano del campanile. Anche lì, come la prima volta che lo vidi, mi pentii della mia richiesta… la scala era troppo lunga e pesante, avrei dovuto andare con qualcuno, ma ormai era tardi. 
Non riuscii a fermarlo. 
Con fatica, passando per il corridoio, facemmo uscire la scala dalla porta della canonica per farla entrare in chiesa dal portale in facciata. Pure per raddrizzarla contro il muro dove era appeso il quadro di S. Antonio, piuttosto in alto, è stata un’impresa. E mentre Don Nando la teneva ferma sono salita col metro… pregando il Santo di sostenermi. 
Proposi poi di riportare subito la scala nel campanile, ma egli non volle. Mi disse che avrebbe trovato un altro aiuto. La domenica seguente mi recai là a partecipare alla Messa, per vedere se tutto era a posto: la scala non c’era più. 
Fu molto contento di vedermi. Mi citò addirittura nell’omelia ai fedeli presenti per il proposito di valorizzare i dipinti. Finita la Messa mi fermai a salutarlo, e ad ammirare la meravigliosa architettura barocca ad aula, con grandi cappelle, compresa quella di Santa Caterina (ex abside ottagonale, orientata, dell’antica chiesa dedicata alla Santa).
Mi fece allora notare una cosa curiosa nel presbiterio, dietro l’altare maggiore, riguardante l’affresco della Madonna col Bimbo. L’immagine miracolosa, molto venerata nei secoli passati - e adorna di tanti ex voto, oggi purtroppo perduti - che ha definito la nuova titolazione del tempio in Santuario della Madonna delle Grazie, era coperta un tempo da un tendaggio (la cosa non era insolita, in passato le pitture venivano coperte per ripararle dalla luce che sbiadisce i colori), che si apriva e si chiudeva con un simpatico e fantasioso marchingegno. 
La corda che muoveva la tenda passando dentro il muro arrivava ad altezza d’uomo in un’apertura sotto a un rilievo nella parete a guisa di faccia, dove era collegata a un appiglio a forma di barba. Il tutto rappresentava la testa del diavolo, e, come mi disse Don Nando, tirando la barba al diavolo… si apriva la tenda e appariva la Madonna! Un modo per avvicinare i bambini e far riflettere gli adulti. Ora non vi è più traccia della tenda, né della corda, né della barba, rimane solo il rilievo enigmatico del viso… muto.
E proprio dal fotografo Pino, suo ex alunno, venni a conoscenza di un fatto che illumina la caratura della personalità di quest’uomo e rende testimonianza di quanto amore si nascondesse sotto quell’aspetto severo…
Per l’occasione di questo scritto in ricordo di Don Ferdinando Moglia, su mia richiesta, Pino, con pazienza, è riuscito a rintracciare il protagonista della storia, Alessio G., suo compagno di scuola, e a farmi incontrare con lui.
Dalle parole di Alessio ho scoperto Don Nando anche come insegnante insolito: 1984, Scuola Superiore ITIS di Fidenza, ora di Religione “alternativa”. Don Nando appassionato di fotografia, qualche volta arriva in classe e mette la macchina fotografica sulla cattedra. 
Ama fotografare i propri alunni – Un modo per fermare il tempo? Per ricordarli nelle sue preghiere? – (cosa oggi improponibile!), fa stampare le foto e le riporta da vedere. 
Solitamente scrive sulla lavagna l’argomento della lezione su cui parlare, ma se vede gli alunni stanchi e distratti, cancella la lavagna e, girando fra i banchi, conversa tranquillamente con loro, in un momento ricreativo molto apprezzato dai ragazzi, che approfittano per confidarsi con lui.
Un giorno, mentre si sta avvicinando al banco di Alessio per fare una foto, questi si alza veloce per fare uno scherzo al compagno, mettendosi dietro di lui mimando il gesto di morsicargli la testa. Don Nando scatta senza battere ciglio. La settimana dopo, nella sua ora, guardano tutti incuriositi le foto: anche quella è venuta benissimo!

Passa qualche anno.
Alessio, dopo il militare, trova lavoro, e in un periodo successivo in cui si profila qualche difficoltà, incontra per caso, una sola volta, lo stimato prof. di Religione. Si confida con lui…

Passano ancora gli anni.
1995. Girando in macchina sulla Via Emilia, nei giorni di festa, Alessio vede, vicino alla chiesa, la gente in attesa della torta fritta: “Prima o poi mi fermo!”. E così fa, una domenica.
Mentre si mette in coda alla fila, vede Don Nando che lo ha riconosciuto e alza le braccia in segno di giubilo! Gli viene incontro, lo saluta con una stretta di mano e un abbraccio e gli dice: “Tu lo sai che ti porto sempre nel cuore!” È una frase che si sente a volte, un modo di dire che ha un fondo di verità, perché ogni incontro piacevole con una persona è un dono e rimane in fondo al cuore…


Foto: Don Nando con Mons. Maurizio Galli,
compianto Vescovo di Fidenza. Aprile 2007.
Qui, però, c’è un seguito speciale.
Il sacerdote si apre la giacca, infila una mano nella tasca interna, e tira fuori… ‘quella foto’ scattata in classe undici anni prima, ribadendo: “Non sto scherzando, ti ho sempre portato nel cuore!” Alessio rimane senza parole… 
E mentre ne parla con me, si emoziona ancora e mi fa vedere la pelle d’oca…

Pino mi raccontò pure di quella volta che Don Nando si recò a casa dei suoi genitori, e guardando la sua macchina, si accorse che aveva lo schienale dei sedili di legno. Meravigliato e un po’preoccupato chiese spiegazioni, e lui bello serafico: “Meglio avere i sedili della macchina di legno, che la testa!”
Mi tracciò un ricordo affettuoso di lui come insegnante: severo, esigente, ma paziente e disponibile, e molto rispettoso degli alunni. Mi riferì anche un altro episodio particolare di cui fu testimone, allorché fu chiamato nella sua parrocchia per fare le foto di Prima Comunione.
Poco prima che iniziasse la Messa, tra i genitori di un bimbo, separati, appena entrati in chiesa, nacque un diverbio a voce alta, che non finiva più... Don Nando dall’altare attese un momento, ma visto che non si calmavano, li redarguì in modo deciso come lui sapeva fare: “Voi lì in fondo… Vi siete conosciuti, vi siete fidanzati, vi siete sposati, siete andati a letto insieme, avete avuto un figlio, e ora non siete capaci di stare insieme zitti un’ora davanti al crocifisso?”
Ci fu silenzio, e la cerimonia si svolse normalmente fino alla fine, anche con le foto di tutti i gruppi famigliari, senza problemi.
Il suo modo diretto e schietto di parlare, non sempre era gradito.
Quando andava agli incontri e alle riunioni con gli altri sacerdoti, la sorella Maria, che conosceva bene il tipo, lo consigliava di non mettersi davanti: “Perché se ti addormenti…”. Lui si metteva dove capitava, ma una volta si mise proprio in fondo (forse c’era posto solo lì) e dopo un po’… si addormentò. Il relatore se ne accorse e, a voce alta disse “Là in fondo c’è un prete che dorme!” E lui, aprendo gli occhi “Eh… Lei non è capace di tenermi sveglio!”

Don Ferdinando Moglia nato a Monticelli d’Ongina nel 1922, fu ordinato sacerdote da monsignor Francesco Giberti nel 1948.
Dal 1970 al 2008 svolse il suo servizio pastorale ininterrottamente come parroco di Parola.
Il suo cuore si è fermato il 10 aprile 2009, Venerdì Santo.
Una sua parrocchiana così lo ha descritto alla sua morte: “Sacerdote vecchio stampo, legato alle
tradizioni e ai valori, molto generoso, che non si negava mai a nessuno”.
Si era dimesso per motivi di salute circa sei mesi prima. Andai a trovarlo una volta in una casa di cura di Salsomaggiore con Padre Gianfranco M.: ricordo con emozione, gioia e tristezza insieme quel pomeriggio. Si commosse e ci ringraziò tanto.
Al suo funerale arrivai tardi, ma lo accompagnai al cimitero vicino alla sua chiesa dove ha voluto essere sepolto, nella terra dove era stato mandato dal suo Vescovo. Tra le poche persone rimaste durante la tumulazione, due donne, alte. Mi presentai. Una era Agnese, la sorella minore che aveva preparato i dolci quando lo conobbi, molti anni prima, l’altra era Nuccia, l’amica di famiglia: da allora non ci siamo più lasciate.
Sono passati ormai dieci anni da quel momento, mi sembra doveroso, per quello che so, scrivere
un ricordo per questo sacerdote, che, come altri, non andava bene per tutti.
Nei miei viaggi di ritorno da Parma, quando posso, lo vado a trovare nel piccolo e solitario cimitero della frazione fidentina, non prima però di accordarmi con lui perché mi aiuti poi a reimmettermi sulla trafficata Via Emilia verso Fidenza. 
Finora… mi ha sempre dato ascolto!

Fidenza 10 aprile 2019                              Mirella Capretti

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