domenica 9 settembre 2018

Fidenza ricorda i suoi Reduci



La Città di Fidenza ha ricordato la vicenda degli internati militari italiani con lo scoprimento di una targa posta nell'atrio principale d'ingresso del palazzo comunale. L'intento era quello di fare memoria di quei soldati fidentini che, dopo la fatidica data dell'8 settembre 1943,  chiusi nei campi di concentramento tedeschi, compirono una scelta di dignità e coraggio.

Alla cerimonia hanno partecipato con le loro bandiere le associazioni combattentistiche la locale sezione ANPI. 


Al mio intervento, dedicato al illustrare brevemente il contesto storico in cui avvennero i fatti hanno fatto seguito gli interventi di Gino Narseti, presidente dell’Associazione Combattenti e Reduci, Don Gianemilio Pedroni, Vicario della Diocesi, Antonio Giaccari, Capo di Gabinetto del Prefetto di Parma.



Significative le testimonianze che si sono succedute in particolare quella di Renzo Vascelli, fidentino tra gli ultimi reduci ad aver vissuto quell’esperienza e Lucia Araldi, anche lei figlia di un Internato Militare.




Prima dello scoprimento della targa è intervenuto il Sindaco di Fidenza Andrea Massari:
“Quella degli Imi è una vicenda rimasta sempre in secondo piano rispetto alla grande storia della Liberazione ma che di quella storia è stata una delle scintille più forti. Una scintilla alimentata dalla forza di volontà, raccontata in modo magistrale da Giovannino Guareschi nel suo diario clandestino o rappresentata con l’arte della pittura dal fidentino Ettore Ponzi. Giovannino ed Ettore, due uomini della nostra terra, due Internati militari, i cui pensieri abbiamo voluto fermare per sempre proprio sulla targa che abbiamo apposto sull’ingresso del Municipio." 
Agli ex internati Luigino Cotogni e Renzo Vascelli
 l'onore di togliere il velo dalla targa il cui testo è
stato poi letto dall'assessore Maria Pia Bariggi


Il discorso ufficiale ha riservato il dovuto spazio alla ricostruzione storiografica degli eventi.  
Ampia parte è stata riservata a vicende che hanno coinvolto direttamente militari fidentini e a fatti e situazioni diversamente documentate.
Ripropongo alcuni passaggi che ritengo importanti.
Ho ricordato che per gran parte dei nostri militari i lager furono solo un ulteriore passo in un cammino dell’orrore iniziato molti mesi prima.
Dopo la caduta del regime fascista nel luglio 1943 le speranze di pace furono deluse e proseguirono quelle azioni militari nei vari fronti di guerra in cui i militari italiani erano impegnati:
"Nei Balcani, il più impegnativo scenario di guerra in quei momenti per l’Italia, era in corso un'offensiva su grande scala, contro le bande che in varie e spesso contrapposte fazioni, si opponevano all'esercito occupante in un’alternanza di coalizioni e tradimenti. Questa offensiva continuò nell'agosto del ’43 e non portò alcun risultato mettendo in condizioni di isolamento e rischio molti nostri soldati."  
Ho poi dedicato all'arma dei carabinieri ed ai militari come sempre presenti in questi momenti cittadini, un passo del mio discorso riguardante la vicenda della cosiddetta Colonna Gamucci, dal nome del colonnello dei carabinieri che, fedele al giuramento al re e alla patria, la guidava:
"Nella città di Sdrasi in Albania il tenente Ettore Ponzi condivise l'alloggio con il Colonnello Giulio Gamucci e alcuni ufficiali di fanteria e dei carabinieri.Secondo gli accordi, avrebbero dovuto unirsi tutti alle altre truppe italiane che già operavano contro l’esercito tedesco. Ma i partigiani albanesi il 20 ottobre prelevarono il colonnello per portarlo in una località poco lontana dove incontrò i suoi carabinieri e insieme a loro fu fucilato. L’eccidio della colonna Gamucci in cui morirono 121 carabinieri fu definito dagli storici il secondo per ferocia dopo Cefalonia.  Eppure in tanti hanno cercato di farlo dimenticare, per nascondere le responsabilità di chi, per tutta la guerra, era stato al calduccio negli uffici di Roma e lì, in molti casi, è rimasto anche dopo la liberazione.Dieci giorni dopo il massacro gli ufficiali dei carabinieri che erano in attesa a Sdrasi vennero eliminati con le stesse modalità. E qui si inserisce la terribile frase del diario di Ettore che è stata recentemente utilizzata nel ricostruire la dinamica degli avvenimenti ".... fino a che, poco per volta, parecchi vengono allontanati e fucilati. Gli ultimi restiamo noi nove, fino al 18 ottobre quando vengono per condurci da quei capi coi quali avemmo molto da fare prima dell'armistizio."  


Il mio discorso ha posto attenzione alla presenza dei cappellani militari che seguirono anche in prigionia i loro soldati e non ebbero trattamenti speciali ed in generale alla situazione psicologica degli internati ricordando un episodio avvenuto nell'Oflager di Wietzendorf nel Natale del 1944 che racconto nella ricostruzione che ne ha fatto la nostra Mirella Capretti: 
“Per gli uomini del campo tedesco, ridotti al silenzio, con ferite nel cuore e nel corpo, la speranza di ritornare diveniva sempre più flebile ed il dolore per gli affetti famigliari persi e la Patria lontana si faceva sempre più struggente, ma bisognava continuare a vivere con dignità e l’unico aiuto poteva venire solo dalla Fede. Così il colonnello Pietro Testa, per combattere il senso di disperazione che stava crescendo tra gli internati, pensando al Natale vicino, diede un ordine speciale ai suoi compagni di sventura: “Un presepe in ogni stube”. Impastando il fango, unica cosa che era in abbondanza, si fece un presepe in ogni baracca»."
Aggiungo che quella notte di Natale anche i militari di guardia furono sorpresi e non fecero pesare il regolamento del campo.
Il più famoso di questi presepi, così carico di sofferenza, è ora ricostruito e conservato all'interno della basilica di Sant’Ambrogio di Milano ed è a tutti visibile.





Sempre sul versante religioso o spirituale e psicologico chi meglio capì la situazione psicologica e religiosa dei Reduci fu Don Primo Mazzolari, parroco di Bozzolo nel cremonese. Ai reduci dedicò un libro "Il Vangelo del Reduce" che non incontrò il favore della gerarchia. Fu tuttavia pubblicato nel 1945.  Papa Francesco si è recato in pellegrinaggio alla tomba di don Primo, una forma nobile di ricucitura a distanza di tanti anni.

Altro aspetto toccato ha riguardato l'immediato dopoguerra quando la vicenda degli IMI è stata considerata una sorta di storia minore, e sostanzialmente messa a tacere. I i reduci apparivano ai politici e ai vertici delle Forze armate - tutti desiderosi, per un verso o per l'altro, di dimenticare in fretta - come «testimoni fastidiosi» delle gravissime responsabilità nella partecipazione dell'Italia alla seconda guerra mondiale e nella gestione dell’8 settembre.
Anche gli storici italiani del dopoguerra furono latitanti su questa vicenda e si attennero fedelmente alla “versione ufficiale” dettata da Palmiro Togliatti. Nel 1954 Alessandro Natta rievocò la vicenda della prigionia e la "resistenza" dei militari italiani internati in Germania. Ma il libro fu segregato dal PCI e pubblicato solo dopo 40 anni da Einaudi. Ricordiamo Alessandro Natta anni dopo fu Segretario Nazionale del PCI.
Non attese invece benestare politico il Tenente Colonnello Pietro Testa, “capitano” e padre degli IMI a Wietzendorf. Il suo “Rapporto sul Campo 83 – Wietzendorf” è del 22 giugno 1945 nella forma di Lettera del comandante del campo di Wietzendorf, inviata al comando inglese, fu pubblicato nel 1947.



Alla fine dell’agosto del ’45 si ebbe la maggior parte dei rientri degli internati fidentini, il settimanale diocesano il Risveglio nel settembre 1945 descrisse così il ritorno dei reduci: 
“Dentro e fuori dai campi, speranze, intralci burocratici e difficoltà di trasporti condizionarono il rientro dei militari e civili internati nei lager nazisti. Bruciava il desiderio di tornare ed il timore di quello che si sarebbe trovato al rientro. Erano i sentimenti di tutti: di chi aveva collaborato (pochi), di chi aveva accettato di lavorare o era stato costretto a farlo, di quelli che avevano rifiutato ogni forma di ricatto ed anche di quelli, troppo deboli, che non ce l'avrebbero fatta a tornare. Ma se dura fu la prigionia non facile fu il rientro, non sempre furono accolti ma guardati con interessato e gratuito sospetto. Fu così anche da noi.”
Ho concluso con un riferimento personale:
"Ricordo il momento in cui per la prima volta vidi mio padre, era il 21 agosto 1945, quel giorno io compivo 5 anni, mi colpì, nel vederlo, il bianco dei capelli!"



1 commento:

  1. Grazie Ambrogio per il prezioso contributo.
    Da ieri la triste e drammatica vicenda degli IMI, anche fidentini, non è più considerata una vicenda minore.

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Ädèssa a vüätar . Adesso a voi